COSTITUZIONI
(Roma 1995)
I. PREMESSA
Essi
fanno parte della Confederazione dei Canonici Regolari di Sant’Agostino in
virtù del decreto della Congregazione dei Religiosi del 2 luglio 1961 (Prot.
n. 967/61).
Si
ispirano alla Regola di Sant’Agostino come tutto l’Ordine canonicale.
Sottoscrivono
senza restrizione la « Dichiarazione del Consiglio primaziale sulla Vita
Canonicale » del 4 maggio 1969.
Prestano filiale fedeltà allo spirito di
Dom Adrien Gréa2
(1828-1917) il quale, nel suo intento di restaurare la vita canonicale
nel corso del XIX secolo, ne è
fondatore e padre.
Nota
la Regola di Sant’Agostino,
le Costituzioni e il Direttorio
generale,
il Breve « Salutare maxime »,
la Dichiarazione sulla vita
canonicale.
Lo
spirito secondo cui dobbiamo metterli in pratica ci viene suggerito da:
gli scritti di Dom Gréa (L’Eglise et sa divine Constitution, La
Sainte Liturgie, La Voix du Père, altri opuscoli che riportano il pensiero
di San Benedetto),
i sermoni 355 e 356 di
Sant’Agostino,
i documenti del Vaticano II e della
Santa Sede.
II. LA VITA COMUNE
«
Ciò che costituisce il mistero della Chiesa è la vera e reale estensione e
comunicazione della società divina e delle relazioni esistenti in essa.
La
Chiesa è l’umanità che il Figlio ha abbracciato ed assunto e da Lui resa
partecipe della comunione del Padre e del Figlio, (ove c’è unità e diversità),
e da essa trasformata, penetrata e avvolta ».
D.Gréa, L’Eglise, pp. 34-35.
«
Noi dobbiamo amarci come si amano i santi in cielo; noi dobbiamo nutrire gli
uni e gli altri lo stesso amore che nutriamo per Cristo, che abita in ciascuno
di noi. La carità che ci unisce deve essere la stessa carità che unisce il
Padre e il Figlio, cioè lo Spirito Santo. L’affetto che ci unisce è lo Spirito
Santo che è stato effuso nelle nostre anime ».
D.Gréa, Conf. 9.11.1894, in VP, p. 83.
2.
Fondati sulla grazia battesimale che, inserendoci in Cristo, ci ha uniti a
tutti i nostri fratelli e desiderosi di prendere come modello la comunione
d’amore della SS. Trinità, quale segno profetico della vita di carità che ci
unirà tutti nel cielo, noi ci sforziamo di realizzare con i nostri fratelli
un’autentica comunione di vita.
3.
La nostra professione religiosa CRIC, irradiazione della nostra vita
battesimale, ci porta ad abbracciare la vita comune totale.
È vivendo tale vita comune che ciascuno di
noi è in cammino verso Dio e si santifica con i suoi fratelli.
(Can.
573)
4.
Ciascuno apporta alla Comunità i beni spirituali, intellettuali e materiali
ricevuti dal Signore, perché siano a vantaggio di tutti.
Ma,
poiché la vita di carità raggiungerà la perfezione solo in cielo, ciascuno
apporta anche le proprie debolezze ed imperfezioni, che dovranno essere
superate in un clima di comprensione e di mutuo sostegno .
cfr.
RSA, I
5.
Ogni ostinato atteggiamento di egoismo, di risentimento, di gelosia nuoce
gravemente alla vita comune: « la carità è paziente, benigna, ... non si adira...
» (1 Cor 13, 4-7).
Portando
le preoccupazioni gli uni degli altri — e con maggiore sollecitudine quelle dei
nostri fratelli malati, anziani o più deboli —, rallegrandoci per i successi
altrui e soffrendo per i loro insuccessi, sentendoci responsabili ciascuno del
lavoro di tutti, noi troveremo nella vita comune quella vera gioia di cui
abbiamo bisogno per la nostra piena realizzazione.
cfr.
Gal 6, 2; Rom 12, 15; Sal 132 (133).
6.
La vita di comunità esige la presenza dei suoi componenti, che si concretizza
nella comunione di abitazione, di lavoro, di beni (cfr. voto e virtù di
povertà), e di responsabilità.
Essa trova la sua sorgente e la sua più
perfetta espressione nella Eucarestia e nella preghiera comune, specialmente
nella Liturgia delle Ore, che crea e manifesta l’unione dei cuori.
cfr. At 2, 42-46; 4, 32.
7.
Segno visibile della vita di comunità è la partecipazione agli « acta communia
» — pasti consumati nell’amicizia, ricreazioni, ecc. —, in modo del tutto speciale
al Capitolo, inteso come « revisione di vita », aiuto vicendevole e scambio
fraterno di opinioni, su argomenti di ordine spirituale, intellettuale e
pastorale...
cfr. DVC, 39; RSA, V.
8.
Il silenzio stesso sarà di aiuto alla nostra vita comune: esso non è un
privarsi di relazioni umane, ma è condizione indispensabile per sentirci più
vicini a Dio e ai fratelli e per interiorizzare più profondamente i vari
avvenimenti.
Dunque
in ogni casa della comunità vi siano tempi e luoghi ad essa disponibili,
tenendo conto della sua funzione, delle forme di ministero, del numero, ecc..
I visitatori saranno invitati a rispettarne la riservatezza.
Si
useranno sempre con discrezione ed equilibrio i necessari mezzi di
comunicazione sociale.
(Can. 666).
9.
« Ricordiamoci che la nostra famiglia non è solamente terrena, ma celeste a
somiglianza della Chiesa che è trionfante nel cielo e peregrinante sulla terra,
e tuttavia forma una sola Chiesa. I fratelli defunti appartengono sempre alla
nostra comunità ».
D. Gréa, Conf. nov. 1893; in VP,
p. 60.
10.
La vita comune, vissuta in questa prospettiva, è di aiuto alla nostra fragilità
e ci permette di realizzare in maniera più generosa la nostra donazione al
Signore attraverso i voti (cfr. più in
particolare il voto del celibato consacrato).
cfr.
PC, 12; DVC, 31.
11.
La carità vissuta in comunità avrà una irradiazione anche nei nostri rapporti
con altre persone, nelle opere di apostolato e nel ministero pastorale.
Nello stesso tempo essa è testimonianza di
un cristianesimo vissuto e garanzia di beni più abbondanti.
cfr.
PC, 15; OT, 9.
12.
Il Superiore, con un atteggiamento delicato e paziente, avrà premura di
accompagnare la comunità nella carità, e nella stima della personalità di
ciascuno.
Farà sì che la pluralità delle qualità
personali contribuisca al bene ed al progresso di tutti.
Ogni
confratello, a sua volta, accrescerà questo clima fraterno con il rispetto
dovuto e obbedienza filiale.
cfr.
C, 34-43.
III. LA CASTITÀ
«
La santità della Chiesa è favorita in modo speciale dai molteplici consigli che
il Signore nel Vangelo propone all’osservanza dei suoi discepoli. Tra essi
eccelle il prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr. Mt
19, 11; 1 Cor 7, 7), perché più facilmente con cuore indiviso (cfr. 1 Cor 7,
32-34) si consacrino solo a Dio nella verginità o nel celibato. Questa
continenza perfetta per il Regno dei Cieli è sempre stata tenuta in singolare
onore dalla Chiesa, quale segno e stimolo della
carità e speciale sorgente di spirituale fecondità nel mondo ».
LG, 42.
13.
Consideriamo il nostro celibato consacrato un elemento essenziale della vita
religiosa. Esso viene accolto e vissuto da noi non come una legge imposta, ma
come una scelta assolutamente libera.
14.
Il celibato consacrato che noi professiamo è « prima di tutto opera della
grazia di divina » e personale risposta ad una chiamata. Noi l’abbiamo
accettato, il giorno della nostra professione, come una proposta alla nostra
libertà per donarci totalmente a Dio, corpo e anima, per il suo Regno di Dio.
cfr.
PC, 12; SAV, 41; Mt 19, 12.
15.
La vita matrimoniale testimonia la bontà dell’ordine naturale e dei valori
umani. Il nostro celibato testimonia che questi valori, per quanto buoni, non
costituiscono tuttavia i valori ultimi ed assoluti nell’ordine della
Redenzione, ma che tutto deve ricapitolarsi nel Cristo risorto e glorioso.
Il
religioso con il voto di castità si impegna alla continenza perfetta nel
celibato che è segno e anticipazione della vita futura ed eterna.
cfr.
PO, 16; D. Gréa, L’Eglise, p. 449; Can. 599.
16.
La castità ha origine nella grazia battesimale ed è frutto della presenza dello
Spirito Santo e nel cristiano porta il
sigillo della morte e resurrezione di Cristo.
Essa
aiuta il religioso a vivere e a testimoniare il suo battesimo suscitando in lui
un dinamismo interiore da porre Dio e il Cristo al centro della sua vita.
cfr.
SAV, 30.
17.
Simile ad una pianta tenera e fragile, la virtù della castità deve essere
continuamente ma soprattutto all’inizio, protetta e custodita mediante la
frequenza dei sacramenti, la prudenza e l'umiltà, la « conversione » quotidiana,
l'accettazione della Croce, la preghiera, la devozione alla Vergine Maria.
Sono altrettanto mezzi importanti per
vivere castamente l'aiuto reciproco nello spirito della Regola di
Sant’Agostino, l'apertura attenta agli altri (« oblatività »), l'ascesi del
riposo e la distensione necessaria all’equilibrio della persona.
Il consacrato facendo crescere e
fortificando questo dinamismo interiore si pone dinanzi al mondo in un
rapporto completamente nuovo e libero da ogni condizionamento umano.
cfr. SAV, 31, 4 e ss; C, 3-12; 1 Cor 7, 32 ss.
18. « Dio ama chi dona con gioia » (2 Cor 9, 7). Il nostro celibato
consacrato non sarà dunque fonte di tristezza e di ripiegamento su se stessi.
Sarà ancor meno causa di aggressività, di disprezzo degli altri o di
atteggiamenti di superiorità. Il clima fraterno delle nostre comunità, reso più
sereno dalla nostra vità di castità, ci permetterà di crescere nella gioia
eliminando ogni senzazione di inferiorità o di frustrazione.
19.
Dio che « ha fatto il nostro cuore per amare » non ci vieta di aprirci
all’amicizia e agli affetti umani legittimi I nostri genitori, i nostri familiari,
i parenti, gli amici occuperanno un posto privilegiato in questi affetti, pur
conservando la nostra libertà interiore ed apostolica.
IV. LA POVERTÀ
«
Facciamo in modo che la nostra povertà non sia una povertà puramente affettiva,
ma effettiva. Sarebbe veramente troppo comodo, che pur non possedendo niente
in proprio, noi ci trovassimo senza lavorare in quel benessere, che la gente
del mondo non può permettersi ».
D. Gréa, Conf. a St Antoine in VP, n. 19,
p. 152.
20.
Ad imitazione di Cristo, che « da ricco che era, si è fatto povero per noi » (2
Cor 8, 9), noi ci impegniamo gioiosamente in una vita povera e distaccata, come
espressione di libertà verso i beni temporali e di sicura speranza nei beni
della città celeste.
(Can.
600) cfr. PC, 13; PO, 17; 2 Cor 9, 7; 1 Cor 7, 31; Mt 6, 20; LG, 44.
21.
In questo siamo illuminati dall’esempio degli Apostoli e delle prime comunità
cristiane. Sant’Agostino ha presentato questo stile di povertà come uno degli
elementi essenziali per vita dei suoi chierici. Noi pure ci rifacciamo alla
tradizione canonicale che ha cercato di far rivivere questa « vita apostolica »
nel clero pastorale.
cfr.
Mt. 19, 27; At 2, 42-47; PO, 17; RSA, I; SSA 355, 1-2.
22.
Consacrarsi col « voto di povertà » non significa ricercare l’indigenza e la
miseria, ma vuol dire rinunciare al libero uso dei beni e mettere in comune
tutto ciò che si guadagna e si riceve.
(Can.
668 § 3) cfr. D 54, 55b, 59, 60.
23.
In un mondo sempre più esigente di autenticità, la nostra povertà vuol essere
una testimonianza concreta di distacco dai beni e di generosa apertura agli
altri, condividendo le difficoltà e la vita semplice di tanti nostri fratelli.
cfr.
ES, 2ª parte, 23; PC, 13.
24.
La vera povertà religiosa non consiste solo in una dipendenza dai Superiori
nell’uso dei beni, ma esige un distacco « di spirito e di fatto ». Si diviene consapevoli di una
tale esigenza attraverso una continua conversione interiore e un abbandono
filiale nelle mani del Padre. « Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro
celeste » (Mt 5, 48) (= virtù di povertà che va al di là della pura legge).
cfr.
PC, 13.
25.
A fondamento della povertà si trovano un profondo atteggiamento di umiltà e di
semplicità, il riconoscimento gioioso della nostra dipendenza da Dio e il
bisogno incessante della suo aiuto: « Beati i poveri in spirito, perché di essi
è il Regno dei cieli » (Mt 5, 3).
È
da sottolineare che il povero, nel senso evangelico del parola, è il ricco per
eccellenza.
26.
La povertà si esprime necessariamente attraverso le nostre varie attività. Esse
ci mettono in sintonia con tutti i nostri fratelli nel mondo e ci permettono di
provvedere al nostro sostentamento, alle opere della comunità locale e della
Congregazione e ci permettono di contribuire ai bisogni della Chiesa e del
mondo.
(Can.
640) cfr. DVC, 34-35; PP; PC, 13.
27.
Questo stile di vita, e la disponibilità verso i più poveri ci porteranno ad
evitare nelle nostre comunità « ogni apparenza di lusso, di lucro eccessivo e
ogni accumulo di beni ».
cfr.
PC, 13.
28.
La condivisione fraterna dei beni comuni è motivo di gioia per coloro il cui
lavoro è remunerato; ma anche gli altri non devono sentirsi da meno, in quanto
le loro capacità, le attività svolte, i loro meriti e le loro sofferenze sono
sempre una ricchezza a favore di tutta la Comunità. Costoro dunque non devono
considerarsi inutili o di peso.
cfr.
RSA, I.
29.
Pur protesi verso i beni eterni non
dobbiamo considerarci come « stranieri tra gli uomini » ed indifferenti ai
problemi dell'umanità. Dobbiamo preoccuparci di amministrare saggiamente i
beni di cui disponiamo, ed essere particolarmente sensibili agli obblighi di
giustizia verso le persone e la società.
cfr.
LG, 46; AA, 8.
30. La nostra povertà non è trascuratezza
né avarizia, ma richiede sempre un gran senso di responsabilità personale. È
attenta alle esigenze della carità ed è sensibile ai bisogni di ciascuno,
favorendone in particolar modo lo sviluppo e le capacità.
31.
Il novizio, prima di emettere i voti, deve per scritto:
cedere a chi vuole
l’amministrazione dei suoi beni attuali;
indicare chi potrà
disporre del loro uso e usufrutto; (Can. 668 § 1)
richiedere al Superiore Generale
l’autorizzazione per eventuali modifiche(Can. 668 § 2).
32.
a) Con la professione « solenne » il religioso
perde ogni potere di acquistare e di possedere.
b) Egli dovrà, prima di questa professione,
redigere un atto di rinuncia in favore di chi vuole, possibilmente in forma
valida anche secondo il codice civile. Questa rinuncia concerne i beni già in
suo possesso, e parimenti i beni di natura patrimoniale che gli saranno
riconosciuti giuridicamente.
c) I beni che in seguito potranno pervenirgli
da altre fonti saranno a favore dell’Istituto.
(Can.
668 § 4-5).
33.
Con il permesso del Superiore Generale e per rendere più radicale la sua
povertà, un religioso a voti semplici perpetui può, per iscritto, rinunciare ai
suoi beni patrimoniali.
(Can.
668 § 4b); D, 64.
V. L’OBBEDIENZA
«
Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato » (Gv 4, 34).
«
L’obbedienza non è nient’altro che un esercizio di fede; colui che obbedisce
compie un atto di fede; una vita di obbedienza è una vita di fede;
l’obbedienza non è che la fede messa in pratica ».
D. Gréa, Conf. luglio 1893; in VP, n. 46,
p. 382.
34.
Il Signore Gesù ha sempre adempiuto la volontà del Padre unito a Lui nella
filiazione e nell'Amore. Egli si è fatto servo degli uomini, fino a dare la
propria vita per loro.
Con
il suo Fiat, Maria si è liberamente associata all’obbedienza del Figlio.
cfr.
Gv 10, 30; 10, 17-18; Mt 20, 28; Fil 2, 6 ss; Lc 1, 38.
35.
Il Signore Gesù, che ha ricevuto dal Padre ogni potere e autorità, a chi ne ha
il mandato insegna a comandare, e a
tutti insegna ad ubbidire.
Incarnazione
dell’autorità del Padre Gesù, che è « Maestro e Signore » ci mostra come
proporre e trasmettere agli altri la verità ed introdurli nella economia della
salvezza. Egli è dolce e nello stesso tempo fermo. È rispettoso delle persone,
è di aiuto alle loro libertà e scelte ed è loro vicino per superare le
difficili tappe della vita.
È intransigente di fronte a chi sarà di
ostacolo alla Parola, manifestazione del disegno di Dio.
Sottomesso al Padre che lo manda, ne
esercita l'autorità, non cercando altro che la sua gloria e il compimento della
sua volontà.
cfr.
Mt 28, 18; 11, 29; 19, 21; 16, 22 ss; Gv 13, 13; 5, 30; 17, 4.
36.
Con il Cristo, che ci invita a seguirlo: « se tu vuoi... », e con la Vergine
Maria, noi vogliamo compiere per tutta la nostra vita la volontà del Padre.
Egli si rivela a noi attraverso la mediazione di persone e avvenimenti affinché
amiamo il Padre e facciamo ciò che a lui piace.
cfr.
Mc 8, 34; Rm 13, 1-7; Gv 8, 20.
37.
Ad imitazione di Cristo, Figlio obbediente, noi, resi liberi perché figli
adottivi, con la professione del voto di obbedienza facciamo l’offerta della
nostra volontà al Padre e sottomettiamo tutta la nostra vita alla autorità dei
legittimi superiori secondo le prescrizioni delle Costituzioni e le direttive
degli altri Libri di vita.
(Can.
601 e 672); cfr. C, 1.
E
poiché « là dove c’è amore, c’è libertà », noi non imitiamo l’obbedienza
servile dello schiavo, ma quella del figlio reso libero dall’amore.
cfr.
Rom 8, 14 ss.
38.
Noi vogliamo dunque in spirito di fede scoprire in comunità il progetto di Dio
per essere più disponibili ad amare e servire.
Uniti nella carità per il Signore e per i
fratelli conosciamo insieme la volontà di Dio attraverso la preghiera unanime,
il dialogo leale, e la sincera responsabilità e corresponsabilità.
39.
Noi esprimiamo e viviamo questa obbedienza all'interno di una comunità
fraterna, piccola porzione del Popolo di Dio, dove tutti (corpo - capo e membra
pur nella diversità dei ministeri) vivono secondo una regola scelta, accettata,
amata.
L’obbedienza
è così la virtù di tutti i componenti della comunità, la virtù per eccellenza
della vita comune. Essa ci aiuta, non senza rinunce e sacrificio, a crescere
nella libertà di figli di Dio e ci inserisce nel disegno d’amore del Padre
realizzato dal Figlio nello Spirito.
cfr.
1 Cor 12, 4 ss; Gv 17, 19; Rom 8, 20-23; PC, 14.
40.
In questa « cellula » di Chiesa, il Superiore è colui che dai confratelli è
riconosciuto e accettato come l’autorità a servizio della comunità. Esercitando
l’autorità ricevuta nel nome e nello stile di Cristo il Superiore tiene unita
la comunità, prende a cuore e su di sé le decisioni e le responsabilità, fa
affidamento alla collaborazione attiva e gioiosa di tutti, condividendone i
successi e gli smacchi. Il Superiore animato da prudenza, cercherà di aiutare
ogni confratello, pur nel rispetto delle sue attitudini e carismi, ed essere
fedele agli impegni assunti e a corrispondere concretamente a ciò che Dio vuole
da lui.
41.
L’autorità - servizio e l’obbedienza responsabile trovano armonia nel rispetto
e nella fiducia che il Superiore deve avere per le persone a lui affidate e che
i confratelli devono avere per coloro che sono stati chiamati a questo incarico
di servizio.
cfr.
DVC, 37; SSA, 340: « Gregi prodesse delectet ».
42.
Fedeli allo spirito di Dom Gréa:
a) noi nutriamo per il Papa, capo della Chiesa
universale, una grande venerazione ed un profondo amore; a lui in forza del
nostro voto, professiamo obbedienza filiale e incondizionata. (Can. 590 § 2).
b) noi estendiamo un tale amore e una tale
venerazione al Vescovo, capo della Chiesa particolare, il quale ci rende
partecipi e collaboratori del suo ministero pastorale. Secondo le norme del
diritto comune manifestiamo obbedienza filiale e totale all'autorità pastorale
dell'Ordinario.
43.
Nei momenti di crisi, di contrasto e di scoraggiamento, ci ricorderemo di aver
impegnato la nostra vita nella fedeltà alla Parola di Dio e di essere stati
chiamati a vivere ogni giorno e con maggior generosità possibile il mistero
pasquale di « Colui che imparò l'obbedienza dalle cose che patì » e fu
obbediente fino alla morte di Croce.
Il
Padre che lo ha risuscitato ci darà la vita nello Spirito.
cfr.
Eb 5, 8; Fil 2, 8.
44.
Compete solo ai Superiori Maggiori: Superiore Generale e Vicario generale, dare
ordini « in nome dell’obbedienza ». Essi lo faranno raramente e in circostanze
molto gravi.
VI. LA NOSTRA VITA DI PREGHIERA,
LITURGIA E CONTEMPLAZIONE
45.
a) Poiché il culmine di tutta l’attività
pastorale è la celebrazione liturgica, espressione visibile del dono di
salvezza agli uomini, noi prestiamo una attenzione e un impegno particolare
alla Santa Liturgia, santificazione degli uomini e glorificazione di Dio. La
santa Messa quotidiana ne è l’azione primaria e centrale.
cfr.
SC, 10; DVC, 23; Can. 663 § 2.
b) Alla nostra preoccupazione di dare al culto
divino tutta la sua verità e dignità si unisce uno sforzo costante perché i
fedeli partecipino consapevolmente, attivamente e fruttuosamente alla
celebrazione del mistero cristiano.
cfr.
SC, 11; 19; 48; 106; PO, 5.
46.
a) Il nostro amore tradizionale per la Lode
divina, estensione e complemento della liturgia sacramentale, ci porta a
svolgere comunitariamente e in abito da coro il servizio ecclesiale della Liturgia
delle Ore.
cfr.
D. Gréa, La Sainte Liturgie, p. 1; PO, 5; 13.
b) Favoriamo la partecipazione attiva del
popolo di Dio convinti che la celebrazione della Liturgia delle Ore è certamente
dovere dei chierici ma non è un loro privilegio. Essa è la preghiera pubblica
della Chiesa convocata.
cfr.
SC, 100; 103; DVC, 24.
c) Nella lode divina la Comunità canonicale,
insieme alla Comunità cristiana presente, percepisce in modo particolare la sua
unità e santifica, ogni mattina e sera, il corso del tempo che guida la vita
degli uomini redenti verso l’eternità.
fcfr. SC, 84; 95; PO, 4; 8; PC, 15.
d) Da essa noi attingiamo, quale sorgente inestinguibile,
il nostro fervore, la nostra fedeltà, la nostra gioia e la forza per la nostra
attività pastorale.
cfr.
SC, 90; PO, 5.
47.
L'annuncio di Gesù Cristo e del suo messaggio di salvezza è uno dei compiti
principali del nostro ministero pastorale. Ci dobbiamo dunque prodigare per
portare al mondo la parola dopo averla noi stessi ascoltata e lungamente
meditata. È questa Parola che suscita, conferma e arricchisce la fede e quindi
costruisce e fa crescere la Chiesa e ciò mediante la predicazione, la catechesi
ai ragazzi, agli adulti, ai credenti e a non credenti « in ogni occasione
opportuna e non opportuna ».
cfr.
CD, 30; PO, 13; LG, 44 b; Rm 10, 14-15; 2 Tm 4, 2.
48.
a) Per esercitare questi compiti pastorali e
per compiere tramite essi un’opera di salvezza e di santificazione e non una
semplice attività umana e terrena, sono indispensabili una forte vita
spirituale e un sincero e instancabile cammino di santità. Non saremo dei veri
operai del Regno se non coltiviamo una preghiera personale.
cfr.
SC, 12-13; LG, 47; PO, 12-13; 18; PC, 6; 8; ES, 21.
b) La preghiera non è solamente la
celebrazione comunitaria vissuta interiormente nel migliore modo possibile
(Messa, Ufficio, Sacramenti), né solo un incontro di Dio nelle persone, negli
avvenimenti, nelle attività della vita (che siano queste direttamente
apostoliche o spirituali o no), ma è anche un incontro più personale con Dio,
secondo l’esempio e il comando del Signore.
cfr.
Lc 5, 12.16; Mt 6, 6.
c) E’ dunque indispensabile che ciascun religioso
e ogni Comunità abbia la possibilità, il tempo, il luogo adatto per momenti più
o meno lunghi di vita interiore secondo le proprie esigenze come l'orazione, la
meditazione, incontri, esercizi spirituali singolarmente o comunitariamente.
49.
a) La nostra spiritualità è quella proposta
dalla Chiesa, nutrita dalla Parola di Dio, dalla celebrazione della liturgia,
senza un sovraccarico di devozioni particolari.
Cfr. D. Gréa, Conf. VP, n.35, p.264:
«
Non abbiamo una spiritualità particolare, non abbiamo che la spiritualità
della Chiesa. Ma a quello bisogna essere fedeli Come la vita religiosa è la
perfezione della vita della Chiesa, così la spiritualità dei religiosi deve
essere la perfezione della spiritualità della Chiesa ».
b) La nostra ascesi sarà quella della Chiesa
penitente, la quale incessantemente comunica alla morte del suo Signore. La
nostra ascesi sarà anche un impegno fedele e sincero al nostro essere persone
consacrate, al nostro celibato, alla nostra povertà, alla nostra obbedienza,
alla vita comune accolta senza eccezioni e alle tradizione del nostro Istituto.
cfr.
PO, 13; PC, 5; ES, 22; C, 52-59.
50.
Nutriamo una devozione veramente filiale nella preghiera sia liturgica sia
personale, come la pratica del rosario, per la Madre di Dio, Regina degli
Apostoli e dei Santi, maestra di vita interiore e di contemplazione, patrona
della nostra Congregazione.
cfr.
LG, 65; 67; Can. 663 § 4; D, 82.
51.
Oltre all'impegno per una vita spirituale sempre più profonda attraverso un
vivo rapporto con il Signore, ci dedicheremo allo studio. Questo è necessario
per accogliere e meditare la sua Parola, per mantenere un contatto assiduo con
la mentalità dei nostri fratelli, per rinnovare le nostre conoscenze e per
seguire con discernimento e aggiornamento le grandi correnti del pensiero e
della vita della Chiesa e del mondo.
cfr.
UR, 9; PC, 6; AG, 34; PO, 12; 19; ES, 16; 1; DVC, 22; 41; C, 94.
VII. MORTE E VITA IN CRISTO
52. Per camminare alla sequela di Cristo,
dobbiamo rinunciare a noi stessi e portare la nostra croce ogni giorno, poiché
il servo non è più del Maestro. cfr. Lc 9, 23; Gv 15, 20.
53.
Con il Signore, noi dobbiamo morire al peccato in modo da vivere con lui per
Dio e per i nostri fratelli. La Croce ci libera dal peccato e ci invita al
servizio gli uni degli altri nella carità. Dobbiamo continuamente spogliarci
dell’uomo vecchio per rivestire l'uomo nuovo per non correre il rischio che
dopo aver predicato Gesù Cristo agli altri, veniamo noi stessi riprovati.
cfr.
Rm 6, 10; Ef 4, 22; 1 Cor 9, 27.
54.
a) Il lavoro apostolico incontra fatiche e
contraddizioni; affrontandole con costanza, forza e gioia, completiamo in noi
« ciò che manca alle sofferenze di Cristo per il suo Corpo che è la Chiesa ».
b) La vita comunitaria esige umiltà, dolcezza,
calma, benevolenza, pazienza, per sapere e potere, nella fedeltà alla grazia
di ogni momento, « conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della
pace » (Ef 4, 3).
c) La vita di preghiera e la fedeltà concreta
ai voti ed al loro vero spirito richiedono un generoso impegno ascetico.
d) Le sofferenze fisiche e morali, le varie
incertezze che la condizione umana comporta, la nostra autentica unione alle
tribolazioni del mondo intero, l'invecchiamento e la morte stessa ci fanno
partecipare attivamente al mistero della Croce del Signore.
cfr.
Col 1, 24; Ef 4, 2-3.
55.
Accettare le varie pene e sofferenze con tutto l’amore richiesto dal nostro
essere religiosi, suppone che viviamo in un costante « spirito di penitenza ».
Noi
acquisteremo questo spirito se sapremo imporci anche forme volontarie di
ascesi, scelte personalmente e comunitariamente. Esse saranno una conferma
concreta della nostra vita e del nostro annuncio di apostoli.
Nella
fedeltà allo spirito di Dom Gréa, avremo a cuore di sottolineare alcuni tempi
liturgici mediante un impegno maggiore di conversione a Dio e ai fratelli nella
preghiera, il digiuno, l’elemosina, contenti di essere solidali — sia pure con
un segno ben modesto — con i più poveri che mancano spesso del necessario
destinando loro ciò che è frutto della nostra privazione.
cfr.
SSA, 208; Pa, 11.
56.
Consapevoli della nostra povertà radicale, della nostra condizione di
peccatori e dell'invito continuo ad una conversione quotidiana, noi ricorriamo
volentieri e con frequenza al sacramento della Penitenza, risposta di Dio alla
nostra miseria e incontro privilegiato con il Signore che tramite la mediazione
del sacerdote, ci purifica con il suo sangue e ci riconcilia con il Padre e con
la Chiesa per una vita più santa. —
Nei momenti di silenzio come all’inizio della Messa e di Compieta esamineremo
la nostra coscienza, essendo la conoscenza di sé stessi uno degli elementi
importanti della nostra vita spirituale —.
57.
Se partecipiamo alle sofferenze e alla morte di Cristo, parteciperemo anche
alla sua gloria.
Siamo
già risorti con Lui, ma non abbiamo ancora raggiunto la meta. Tutta la nostra
vita è un camminare in avanti verso il traguardo. come un atleta, per ricevere
il premio promesso.
cfr.
Rm 8, 17; Fil 3, 14.
58.
Dio stesso, che ci ha donato nello Spirito la garanzia della nostra futura
eredità e della sua fedeltà, ci confermerà fino alla fine con la sua pace e la
sua gioia caratteristiche della sua presenza e della sua grazia operante nella
vita dell’uomo.
cfr.
Ef 1, 14; 1 Cor 1, 8; Rm 14, 17; Gal 5, 22.
59.
Già fin d’ora viviamo di questa gioia e di questa pace che avranno il loro
pieno compimento nella comunione definitiva con il Padre e il suo Figlio Gesù nello
Spirito.
cfr.
Gv 14, 27.
«
Il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in
Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e
vi renderà forti e saldi.
A
lui la potenza nei secoli. Amen! »
(1 Pt 5, 10-11).
VIII. IL MINISTERO
60. Scopo del nostro Istituto è
l'adempiere, in una vita comune integrale, gli impegni pastorali di
evangelizzazione, di riconciliazione, di vita sacramentale, di coordinazione,
ecc., che Cristo Gesù ha affidato ai suoi apostoli e ai loro successori, di cui
noi desideriamo essere i modesti collaboratori nei luoghi che essi ci
affidano.
cfr.
DVC, 15; 24; CD, 27; 29-30; 34; LG, 28; cfr. S. Ignazio di Antiochia, Lettera
ai cristiani di Smirne, 8: « Là dove è presente il vescovo, là sia la comunità,
come dove c’è Cristo,ivi c'è la Chiesa cattolica ».
61.
Ogni religioso, sacerdote o fratello, impegnato direttamente in attività
pastorali ed educative, o d’insegnamento, o d'amministrazione o in servizi
ausiliari, ecc., partecipa all’opera del « ministero » che caratterizza
l’Istituto non solo quando si è in buona salute e attivi ma anche durante la
malattia e la vecchiaia.
62.
Alla sequela di Cristo, secondo la missione affidataci per mezzo della Chiesa e
nella Chiesa, noi siamo i promotori e i servitori del Popolo di Dio.
Siamo desiderosi che ogni uomo diventi
figlio di Dio e viva della sua amicizia nel cammino verso il Regno.
Ci preoccupiamo di formare comunità cristiane
vive e aperte per poter contribuire nella docilità alla grazia dello Spirito, a
edificare la Chiesa, insieme di più comunità, ma chiamate a realizzare sempre
più la sua unità e la sua cattolicità.
É in queste comunità cristiane aperte
affidateci che le nostre Comunità canoniali ugualmente disponibili e aperte si
propongono di prestare il loro ministero secondo il proprio carisma.
cfr.
LG, 13; AG, 2; 9; SC, 2.
Esercitiamo
tale servizio nella umiltà e in stretta comunione con i nostri fratelli nel
sacerdozio chiamati come noi a fare crescere la Chiesa con il loro ministero.
cfr.
DVC, 26.
63.
Poiché per realizzare lo stupendo disegno di Dio tutto parte dalla fede, nostro
primo dovere è l'evangelizzazione, l'annuncio di Gesù Cristo e del suo Regno,
dissipando le tenebre dell’ignoranza e preparando le vie del Signore che
viene. « Guai a me se non predicassi il Vangelo » (1 Cor 9, 16).
Sarà nostra costante preoccupazione
d'essere presso tutti come coloro che annunciano la speranza con la parola e la
testimonianza.
cfr.
DVC, 23; Rm 10, 14; Lc 1, 66; DH, 11; AG, 5.
64.
L’economia della salvezza propone ai credenti la chiamata alla santità. La
nostra attività pastorale, dopo aver suscitato la fede, ha come programma di
accompagnare e di seguire il lungo cammino dei credenti verso la santità
cristiana.
Con
la celebrazione della Liturgia offriamo ai fedeli la sorgente della vita di
grazia e un modello di preghiera.
Prestando con sollecitudine, il nostro
fraterno e quotidiano aiuto facciamo in modo che le nostre comunità ecclesiali,
nate dalla Parola, crescano fino al punto che ognuno raggiunga la « misura che
conviene alla piena maturità di Cristo » (Ef, 4, 13).
Con
questo atteggiamento aiutiamo i nostri fedeli a crescere nel loro cammino
cristiano e ad assumere con responsabilità i compiti pastorali loro propri.
cfr.
LG, 41; SC, 2; DVC, 20.
65.
Tale mistero di salvezza e di santificazione ci deve impegnare totalmente. «
L’amore di Cristo ci spinge » (2 Cor 5, 14).
Esige
innanzitutto una condotta di vita santa, animata da una carità che ci allontani
dalla mediocrità e dall’indifferenza e faccia di noi fratelli generosi e
servitori premurosi sempre sostenuti da pazienza e speranza.
Noi
vogliamo essere aperti con il cuore e con lo spirito a tutti i valori
religiosi, culturali, sociali dei diversi ambienti umani.
cfr.
PO, 7; 12.
66.
Essendo al servizio delle diocesi noi accettiamo attività di mistero pastorale
che gli Ordinari desiderano conferirci, purché queste salvaguardino
l’essenziale (vita comune di fatto) della nostra vita canonicale e permettano
di svolgere quegli incarichi richiesti dagli organismi centrali, regionali
dell'istituto e della Confederazione.
Preferiamo
orientarci, senza esclusivismi, verso una pastorale parrocchiale optando però
per quelle situazioni che non ci impediscono di essere fedeli al nostro ideale
comunitario realmente vissuto in comunità di fatto e di essere concreti
testimoni di verità agli uomini del nostro tempo.
Una
pastorale specificamente « missionaria », presente nella storia delle Comunità
canoniali, resta legata, nel nostro Istituto, alla richiesta e al consenso di
coloro che ad essa si sentono chiamati.
cfr.
DVC, 20-21; 25; Can. 678 § 1.
67.
Sappiamo che non ci si improvvisa ministro della salvezza di Dio presso gli
uomini.
L'attività pastorale presuppone una lunga
preparazione umana, spirituale, psicologica e tecnica.
Oltre
alle capacità acquisite negli anni di formazione, ci preoccuperemo di conoscere
sempre più ciò che è necessario ad un sereno rapporto umano, ciò che è utile al
dialogo pastorale e alla comprensione dei vari e differenti comportamenti di
vita delle persone.
L’iniziazione pastorale dovrà essere
programmata e organizzata.
Questa
preparazione, non è mai sufficiente ed esauriente. È sempre più necessaria una
« formazione permanente » la quale ci aprirà ad una competenza pastorale e
mentalità più ampia e aggiornata secondo le esigenze degli uomini del nostro
tempo e l'evoluzione della società.
Noi parteciperemo volentieri a ciò che al
riguardo le diocesi organizzano .
cfr.
DVC, 22; OT, 4; 8; 15; 29; 21.
IX. VOCAZIONE E FORMAZIONE
« Tutti i cristiani sono chiamati alla
santità ».
D.
Gréa, L’Eglise, p. 448; cfr. LG, 5.
68.
Unica è la vocazione di tutti i battezzati alla santità, diverse le chiamate di
Dio, differenti le modalità della libera risposta dell’uomo.
Noi, Canonici
Regolari dell’Immacolata Concezione, vogliamo rispondere con gioia alla
chiamata divina alla santità nello stato religioso che noi crediamo essere «
ciò che esiste di più sostanziale e di più perfetto nella struttura della
Chiesa ».
D.
Gréa, L’Eglise, p. 453.
Vogliamo
rispondere gioiosamente a Dio che ci chiama ad essere « degli inviati »
incaricati, ad imitazione di Cristo e per mezzo di Lui, di servire i nostri
fratelli nel e per il sacerdozio che edifica la Chiesa Corpo di Cristo finché
egli venga.
É
in questa duplice prospettiva che vogliamo prendere in considerazione la
questione delle « vocazioni » e della formazione.
1. Dovere di Suscitare Vocazioni
69.
L’amore per il nostro ideale e la convinzione che esso è da molto tempo utile
alla vita della Chiesa devono farci desiderare che altri abbraccino la vita
canonicale.
Anche
se alcuni di noi o alcune delle nostre opere hanno il compito specifico nel
ricercare, nel suscitare e nell'accompagnare vocazioni canoniali, spetta a
tutti e a ciascuno condividerne la responsabilità.
cfr.
Lettera di D. Gréa ai Priori, 2 Aprile 1902: « Il discernimento e
l’accompagnamento delle vocazioni non spetta esclusivamente alle comunità più
consistenti. I nostri priorati più semplici devono prendervi parte ».
70. Sapremo dunque creare occasioni e trovare
modalità che ci permetteranno di trasmettere agli altri ciò che noi abbiamo
ricevuto.
Prima
di tutto ricorriamo a ciò che è maggiormente alla nostra portata:
la preghiera e la penitenza cristiana,
affinché si realizzi, anche per mezzo nostro, il piano salvifico di Dio;
l'impegno incessante di educare ad una fede
generosa e al desiderio di donarsi.
alcune pubblicazioni specificamente
vocazionali
l'indispensabile testimonianza della
nostra vita personale, vissuta nella radiosa gioia, « pasquale », e un
autentico stile di vita comunitaria fraterna e apostolica in tutte le nostre
residenze.
cfr. OT, 2.
71.
Solo così noi possiamo far conoscere il nostro ideale e suscitare interesse e
amore alla vita canonicale:
a) ai Vescovi, affinché possano presentare il
valore di tale ideale di vita al loro clero;
b) al clero specialmente a quello delle Chiese
locali, a cui il medesimo ministero pastorale e spesso una vera fraternità ci
unisce, manifestandogli così la tradizione della « vita apostolica »;
c) agli adulti e ai giovani, in modo
particolare a quelli delle nostre Comunità parrocchiali che a volte sono in
cerca di un concreto ideale per vivere più profondamente la loro consacrazione
battesimale;
d) agli stessi ragazzi, convinti che lo
Spirito soffia dove vuole e che anche ad essi può essere concessa la grazia di
volersi consacrare al Signore.
72.
a) Scopo delle nostre Scuole Apostoliche
(seminari minori) è quello di riconoscere nei comportamenti dei ragazzi scelti
con prudenza e diligenza una possibile vocazione, di coltivarne i germi con
sapienza favorendone una disponibilità sempre più grande a tale grazia.
b) La scelta dei ragazzi deve essere fatta in
base alle loro attitudini che lascino intravedere una eventuale chiamata di
Dio.
c) La formazione del ragazzo deve essere fatta
in un ambiente sano e sereno e in modo graduale. Deve riguardare tutti gli
aspetti della sua vita: umana, intellettuale e spirituale.
Gli educatori faranno attenzione di
evitare ogni condizionamento della libertà del ragazzo.
Faranno quanto è loro possibile per
riconoscere e fortificare l'eventuale e prezioso dono della vocazione.
d) La direzione paterna dei Superiori e di
educatori preparati, i contatti frequenti con la famiglia e con il proprio
ambiente sociale sono molto necessari perché il ragazzo giunga con naturalezza
e in vero clima di famiglia ad una sufficiente maturità affettiva e ad una
conoscenza del mondo proporzionata la sua età.
2. Postulandato
73.
Il postulandato — soprattutto per i giovani che non provengono dalle nostre
Scuole Apostoliche — è un tempo che permette al postulante di conoscere in modo
più approfondito la vita in Cristo vissuta in comunità nella quale egli
desidera impegnarsi e permette alla comunità di conoscere le diverse attitudini
del candidato nel suo « passaggio progressivo dalla vita del mondo alla vita
del noviziato »:
cfr.
RC, 11 § 1.
74.
Il postulante durante un periodo che potrà variare a giudizio dei Superiori
(senza tuttavia oltrepassare abitualmente i due anni) e sotto la direzione di
un formatore potrà ugualmente continuare il suo cammino di crescita umana,
intellettuale e professionale.
cfr. RC, 12.
75.
Durante gli ultimi anni dei loro studi secondari i giovani delle nostre Scuole
Apostoliche verranno gradualmente avviati ad una conoscenza più profonda della vita
religiosa alla quale aspirano.
3. Noviziato
76.
Il noviziato, con il quale si inizia la vita nell’Istituto, è una tappa
fondamentale voluta dalla Chiesa per coloro che in sincerità desiderano
consacrarsi a Dio nella vita religiosa.
Il Superiore Generale ed il suo Consiglio
ammetteranno al noviziato soltanto coloro che rispondono pienamente alle
indicazioni del Diritto. (Can. 641-645; D, 119).
Il
noviziato è un tempo forte che va vissuto il più intensamente possibile per:
— una conoscenza della volontà di Dio ed un
incontro più personale con il Signore Gesù;
— una conoscenza della storia della
congregazione del pensiero del Fondatore, del suo ideale, della sua spiritualità
affinché il novizio possa giudicare se questa corrisponde alla sua vocazione e
alle sue attitudini;
— una conoscenza umile e serena di sé in
totale apertura a Dio che chiama;
— una prima esperienza pratica della vita
comune e della vita pastorale;
cfr.
Can. 652 § 2.
77.
Affinché possa già vivere con generosità secondo lo spirito dei voti e delle
virtù della vita religiosa, il novizio CRIC sarà premurosamente iniziato:
a) ad una lettura fruttuosa del disegno di Dio
nella Bibbia e nella Chiesa per scoprire attraverso un incontro personale Dio
che ama gli uomini e li invita ad associarsi a questo amore;
b) ad una conoscenza teorica e pratica della
Santa Liturgia.
La Bibbia e la Liturgia sono le fonti
essenziali della nostra spiritualità e della nostra preghiera;
c) allo studio dei nostri Libri di vita;
d) a continuare eventualmente o a completare
altri studi profani utili alla sua formazione, senza però un impegno di esami o
di diplomi.
cfr.
Can. 652 § 5.
78.
Il novizio con la grazia di Dio si abituerà a conoscersi più a fondo con le sue
qualità per farle fruttificare, con i suoi difetti per poterli correggere. Si
lascerà guidare da quelle persone e da quegli avvenimenti che accolti con
l'occhio della fede lo aiuteranno a scoprire il disegno di Dio sulla sua vita.
79.
Il novizio vivendo insieme ai confratelli i quali avranno a cuore di aiutarlo
con il loro esempio e i loro consigli, verrà a conoscere direttamente le
esigenze della « vita in comunità » e ne scoprirà la ricchezza.
80.
Il novizio, realizzando con maggior generosità lo stato battesimale che lo ha spogliato
« dell'uomo vecchio » per rivestirlo « dell’uomo nuovo », « peccatorum onera
deponens et quam dulcis est Dominus gustans », corrispondendo agli innumerevoli
inviti del Signore che lo chiama alla santità, imparando a vivere con
gradualità la « disciplina » accettata e
voluta, diventerà « discepolo » del Signore e in questo modo si preparerà a
consacrarsi a Dio.
cfr.
PC, 5.
81.
a) Il Padre
Maestro dei novizi deve essere un sacerdote religioso a voti solenni (o perpetui). Egli è nominato
dal Superiore Generale con voto deliberativo del Consiglio (cfr. C, 120 b 2).
Egli è colui che nella comunità, scelta per essere « luogo educante », ha
l’incarico diretto e immediato della formazione dei novizi sotto l’autorità dei
Superiori Maggiori.
cfr.
Can. 650 § 2.
b) Spetta al Padre Maestro stabilire i programmi più adatti, informare
periodicamente i Superiori Maggiori, fissare con loro « periodi di esperienze
apostoliche » ed altre attività utili alla formazione dei novizi o di un
determinato novizio.
cfr.
Can. 648 § 2.
82.
Il noviziato comprende un periodo di dodici mesi vissuti nella casa a tale
scopo regolarmente designata. Un’assenza dalla casa del noviziato che superi i
tre mesi, continui o discontinui rende invalido il noviziato salvo il disposto dei Can. 647 § 3 e 648 § 2.
Un’assenza che superi i quindici giorni
deve essere recuperata.
Il
Superiore Generale, se ha qualche dubbio per ammettere un novizio alla
professione temporanea può prolungare il periodo di prova ma non oltre sei
mesi. (Can. 653 § 2).
Al
termine del loro noviziato i novizi potranno essere chiamati dal Superiore
Generale alla professione temporanea ma:
— su loro domanda scritta e secondo il parere
del Padre Maestro,
— dopo il voto consultativo dei professi e di
coloro che risiedono abitualmente nella casa di il noviziato (D, 121),
— dopo il voto deliberativo dei Consiglieri
Generali (C, 120 b 3),
83.
Spetta di diritto al Superiore Generale ricevere la professione ma egli può
delegare un altro e tale esplicita delega deve essere menzionata nella formula
scritta e autentica della professione.
84.
La professione temporanea venga emessa per un periodo di tre anni, rinnovabili
(anno per anno) per un secondo triennio (salvo i casi eccezionali previsti dal
Can. 657 § 2). I professi s’impegnano così a mettere in pratica tutte le
esigenze proposte dalla Comunità CRIC.
85.
Formula della Professione:
« Per la gloria di Dio, Padre,
Figlio e Spirito,
io N. N.
faccio nelle vostre mani, padre N.
N. (nome e funzione)
(quando è necessario:
delegato del Superiore Generale)
voto a Dio per (... durata ... voto
solenne)
di castità, povertà, e obbedienza,
secondo la Regola di Sant’Agostino
e le Costituzioni dei Canonici
Regolari dell’Immacolata Concezione.
Mi siano di aiuto la Beata Vergine
Maria Immacolata,
Sant’Agostino nostro Padre e tutti i
santi dell’Ordine canonicale ».
86.Quanto
all’abito, che è uno dei segni esteriori della consacrazione, i professi si
conformeranno generalmente alle prescrizioni suggerite ai chierici dalle
rispettive Conferenze episcopali pur nel rispetto dell'abito tradizionale usato
in alcune nostre Comunità regionali.
4. Scolasticato
87.
I giovani religiosi, destinati o no al sacerdozio, consapevoli della sublimità
del compito a cui sono chiamati, vivendo secondo l'immensa grazia che hanno
ricevuto nella loro prima professione, continuano la loro formazione lungo gli
anni del loro scolasticato (« secondo
noviziato »).
88.
Saranno guidati da Padri Maestri di provata esperienza pedagogica e più «
testes vitae » che « magistri disciplinae ».
Essi faranno un cammino di spontanea e
mutua collaborazione con gli educatori e anche con tutti quelli che
contribuiscono alla loro formazione.
Consapevoli
che tale educazione non è mai completa con responsabilità e in maniera
progressiva riceveranno una vera formazione umana, spirituale e apostolica che
li renda capaci di rispondere alle
proposte di Dio e ai bisogni della Chiesa.
cfr.
Conf. episc. del Lombardo-Veneto 14.11.69, n. 38.
89.
La casa
dello scolasticato sarà attrezzata di tutto il necessario richiesto, secondo i
moderni criteri di funzionalità, senza lusso né superfluo.
Maggiormente ci si preoccuperà del clima spirituale, che
deve contribuire a formare una vera comunità di fede, di pietà, di
carità : è infatti la carità nell’obbedienza che deve :
¾
animare i rapporti di fiducia tra educatori e
giovani religiosi, di amicizia tra tutti,
¾
accogliersi
con reciproca stima,
¾
favorire il dialogo franco, serio e sereno, dove
ognuno si senta responsabile del proprio fratello,
¾
favorire inoltre l’apertura al mondo esterno,
e in particolar modo al mondo dei giovani.
Una tale apertura si manifesterà nel desiderio di
incontrarsi e di condividere amichevolmente esperienze reciproche di vita.
Organizzati con cura, tali contatti potranno apportare un grande contributo ai
giovani religiosi perché vivano nella gioia la loro donazione al Signore e
così, forse, suscitare negli altri il
desiderio di condividerla.
90.
Poiché
le virtù cristiane e sacerdotali si innestano sulle virtù dette “umane”, lo
studente continuerà a perfezionare i diversi aspetti della sua personalità,
sviluppando in lui quelle virtù di base, quali : senso di giustizia,
gentilezza e cordialità, ecc., in vista dello sviluppo armonioso di una libertà
creatrice, che in un contesto di vita liberamente scelta, non si dimentica del
bene degli altri.
Da futuro apostolo capace di
comprendere gli altrui problemi a da uomo aperto ad ogni conoscenza,
soprattutto alla scienza di Dio, considera lo studio, svolto secondo le
disposizioni della Ratio studiorum, un suo dovere di stato e un lavoro
essenziale che ben si addice alla povertà religiosa .
91.
Chiamato
a testimoniare il Cristo morto e risorto - definizione dell’apostolo in Atti
1,8 ; 4,33 - fa sì che il Signore formi in lui l’uomo di Dio che saprà
portare agli altri ciò che ha contemplato.
a)
Persuaso del prevalere delle spirituale
sulla tecnica, pur indispensabile da conoscersi, imparerà innanzitutto ad amare
la preghiera, personale e comunitaria ;
b)
sarà portato a realizzare una unità
vitale tra questa, il suo studio e ogni altra forma d’attività, per conoscere
sempre più intimamente il mistero di Dio e poterlo così trasmettere ;
c)
il “padre spirituale” ricoprirà un
ruolo importante nella formazione dei giovani : li aiuterà a scoprire più
chiaramente il disegno di Dio nella loro vita, li sosterrà nei loro sforzi, per
superare le inevitabili difficoltà e sviluppare così ogni loro risorsa
personale
92.
a) Poiché
dovrà annunciare il Vangelo, lo studente
imparerà a conoscere i metodi e la prassi dell’evangelizzazione. Anche se gli
obblighi della sua vita di studente lo pongono in certo qual modo lontano dalla
vita di ministero, sarà gradualmente iniziato - contatti diversi, tirocini
durante le vacanze o esperienze pastorali, qualora sia possibile interrompere
gli studi - alle diverse forme e branche dell’apostolato.
b)
Il
cosiddetto “anno di pastorale” che è a
conclusione del corso normale degli studi teologici sarà per il religioso
chierico un anno di formazione professionale per l’evangelizzazione. Anche il
religioso fratello riceverà una formazione pastorale e, eventualmente,
professionale, in base alle sue prerogative e capacità.
93.
Una
volta che la sua preparazione sarà ritenuta sufficiente e la sua personalità
umana e religiosa alquanto stabile, lo studente potrà impegnarsi
definitivamente nell’Istituto con i voti solenni
(Can. 657 ; C. 120
b 3)
Compiuta la sua formazione e
raggiunta l’età richiesta (Can. 1031 § 1 e 4), questi potrà essere ammesso al
sacerdozio.
5)
FORMAZIONE
PERMANENTE
94.
Poiché
è dare prova di maturità l’essere convinto che la formazione non termina con
l’impegno definitivo o con il ricevere gli ordini sacri : questa deve
continuare lungo tutta l’esistenza, con la stessa disponibilità di ascolto e di
ricerca:
a)
affinché il religioso persegua il suo
“divenire umano” nelle circostanze fauste e infauste, soprattutto nella
monotonia della vita quotidiana ;
b)
affinché lasci continuamente crescere in
lui, nei successivi stadi della sua vita, il Cristo che in lui vuole
raggiungere la sua pienezza ;
c)
affinché aggiorni continuamente con
studi, sessioni, “recyclage”, e se
possibile con un “troisième an” le sue conoscenze teologiche ed umane, allo
scopo di saper sempre parlare agli uomini con il linguaggio adeguato.
I superiori si adoperino in tutti i
modi per procurare ai loro fratelli la possibilità concreta di condurre a buon
fine un tale programma.
Cf. OT, 22 ; PC,
18 ; Ef 4,11.
95.
a) Nei
casi :
¾
in cui un religioso chieda di passare ad altro
Istituto (Can. 684, 685 ; C. 120 b
8) ;
¾
in cui un religioso chieda di essere riammesso
all’Istituto
(Can. 690 § 1 ; C. 120 b
5) ;
¾
in cui un religioso a voti temporanei chieda dispensa
dai voti
(Can. 688 § 2 ; C. 120 b 4)
¾
in quelli più dolorosi di uscita dopo la
professione solenne (o perpetua) (Can. 691-693) ;
o di rinvio
(Can. 694-704),