COSTITUZIONI CRIC

 

(Roma 1995)

 

I. PREMESSA

 

             1. I Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione sono una Congrega­zione dell’Ordine canonicale, a voti solen­ni1, non esente, i cui membri sono destinati al servizio pasto­rale delle diocesi, sotto una duplice giurisdizione, quella pasto­rale del Vescovo, quella religiosa del proprio Superiore.

            Essi fanno parte della Confederazione dei Canonici Regolari di Sant’Ag­os­tino in virtù del decreto della Congre­gazione dei Religiosi del 2 luglio 1961 (Prot. n. 967/61).

            Si ispirano alla Re­gola di Sant’Agos­tino come tutto l’Ordine canonicale.

            Sottoscrivono senza restrizione la « Dichiarazione del Consiglio prima­ziale sulla Vita Canonicale » del 4 maggio 1969.

Prestano filiale fedeltà allo spirito di Dom Adrien Gréa2  (1828-1917) il quale, nel suo intento di restaurare la vita canonicale nel corso del XIX  seco­lo, ne è fondatore e padre.

 

Nota

 Per noi sono « Libri di vita » quanto ci è di guida per la nostra vita religiosa e pastorale, quale « specchio in cui possiamo rimi­rarci » (Regola di Sant’Agostino, VI, 5):

            la Regola di Sant’Agostino,

            le Costituzioni e il Direttorio generale,

            il Breve « Salutare maxime »,

            la Dichiarazione sulla vita canonicale.

            Lo spirito secondo cui dobbiamo metterli in pratica ci viene suggerito da:

            gli scritti di Dom Gréa (L’Eglise et sa divine Consti­tu­tion, La Sainte Liturgie, La Voix du Père, altri opu­scoli che riportano il pensiero di San Benedetto),

            i sermoni 355 e 356 di Sant’Agostino,

            i documenti del Vaticano II e della Santa Sede.

 

II. LA VITA COMUNE

 

« Ciò che costituisce il mistero della Chiesa è la vera e reale estensione e comunicazione della società divi­na e delle relazioni esistenti in essa.

La Chiesa è l’umanità che il Figlio ha abbracciato ed assunto e da Lui resa partecipe della comunione del Pa­dre e del Figlio, (ove c’è unità e diversità), e da essa tra­sformata, penetrata e avvolta ».

 D.Gréa, L’Eglise, pp. 34-35.

 

« Noi dobbiamo amarci come si amano i santi in cielo; noi dobbiamo nutrire gli uni e gli altri lo stesso amore che nutriamo per Cristo, che abita in ciascuno di noi. La carità che ci unisce deve essere la stessa cari­tà che unisce il Padre e il Figlio, cioè lo Spirito Santo. L’affetto che ci unisce è lo Spirito Santo che è stato ef­fuso nelle nostre anime ».

     D.Gréa, Conf. 9.11.1894, in VP, p. 83.

 

            2. Fondati sulla grazia battesimale che, inserendoci in Cristo, ci ha uniti a tutti i nostri fratelli e desiderosi di prendere come modello la comunione d’amore della SS. Trinità, quale segno profetico della vita di carità che ci unirà tutti nel cielo, noi ci sforziamo di realizzare con i nostri fratelli un’autentica comunione di vita.

 

            3. La nostra professione religiosa CRIC, irradiazione della nostra vita battesimale, ci porta ad abbracciare la vita comune totale.

È vivendo tale vita comune che ciascuno di noi è in cammino verso Dio e si santifica con i suoi fratelli.

(Can. 573)

 

            4. Ciascuno apporta alla Comunità i beni spirituali, intellettuali e materiali ricevuti dal Signore, perché siano a vantaggio di tutti.

            Ma, poiché la vita di carità raggiungerà la perfezione solo in cielo, ciascuno apporta anche le proprie debolezze ed imperfezioni, che dovranno essere superate in un clima di comprensione e di mutuo sostegno .

cfr. RSA, I

 

            5. Ogni ostinato atteggiamento di egoismo, di risentimento, di gelosia nuoce gravemente alla vita comune: « la carità è paziente, benigna, ... non si adira... » (1 Cor 13, 4-7).

            Portando le preoccupazioni gli uni degli altri — e con maggiore sollecitudine quelle dei nostri fratelli malati, anziani o più deboli —, rallegran­doci per i successi altrui e soffrendo per i loro insuccessi, sentendoci responsabili ciascuno del lavoro di tutti, noi troveremo nella vita comune quella vera gioia di cui abbiamo bisogno per la nostra piena realizzazione.

cfr. Gal 6, 2; Rom 12, 15; Sal 132 (133).

 

            6. La vita di comunità esige la presenza dei suoi componenti, che si concretizza nella comunione di abitazione, di lavoro, di beni (cfr. voto e virtù di povertà), e di responsabili­tà.

Essa trova la sua sorgente e la sua più perfetta espressione nella Eucarestia e nella preghiera comune, specialmente nella Liturgia delle Ore, che crea e manifesta l’unione dei cuori.

     cfr. At 2, 42-46; 4, 32.

 

            7. Segno visibile della vita di comunità è la partecipazione agli « acta communia » — pasti consumati nell’amicizia, ricreazio­ni, ecc. —, in modo del tutto speciale al Capitolo, inteso come « revi­sione di vita », aiuto vicendevole e scambio fraterno di opinioni, su argomenti di ordine spirituale, intellettua­le e pastorale...

     cfr. DVC, 39; RSA, V.

 

            8. Il silenzio stesso sarà di aiuto alla nostra vita comune: esso non è un privarsi di relazioni umane, ma è condizione indispensabile per sentirci più vicini a Dio e ai fratelli e per interiorizzare più profondamente i vari avvenimenti.

            Dunque in ogni casa della comunità vi siano tempi e luoghi ad essa disponibili, tenendo conto della sua funzione, delle forme di ministe­ro, del numero, ecc.. I visitatori saranno invitati a rispettarne la riservatezza.

            Si useranno sempre con discrezione ed equilibrio i necessari mezzi di comunicazione sociale.

     (Can. 666).

 

            9. « Ricordiamoci che la nostra famiglia non è solamente terrena, ma celeste a somiglianza della Chiesa che è trionfante nel cielo e peregrinante sulla terra, e tuttavia forma una sola Chiesa. I fratelli defunti appartengono sempre alla nostra comunità ».

     D. Gréa, Conf. nov. 1893; in VP, p. 60.

 

            10. La vita comune, vissuta in questa prospettiva, è di aiuto alla nostra fragilità e ci permette di realizzare in maniera più generosa la nostra donazione al Signore attraverso i voti (cfr. più in  particolare il voto del celibato consacrato).

cfr. PC, 12; DVC, 31.

 

            11. La carità vissuta in comunità avrà una irradiazione anche nei nostri rapporti con altre persone, nelle opere di apostolato e nel ministero pastorale.

Nello stesso tempo essa è testimonianza di un cristianesimo vissuto e garanzia di beni più abbondanti.

cfr. PC, 15; OT, 9.

 

            12. Il Superiore, con un atteggiamento delicato e paziente, avrà premura di accompagnare la comunità nella carità, e nella stima della personalità di ciascuno.

Farà sì che la pluralità delle qualità personali contribuisca al bene ed al progresso di tutti.

            Ogni confratello, a sua volta, accrescerà questo clima fraterno con il rispetto dovuto e obbedienza filiale.

cfr. C, 34-43.

 

III. LA CASTITÀ

 

« La santità della Chiesa è favorita in modo speciale dai molteplici consigli che il Signore nel Vangelo propone all’osser­vanza dei suoi discepoli. Tra essi eccelle il prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr. Mt 19, 11; 1 Cor 7, 7), perché più facilmente con cuore indiviso (cfr. 1 Cor 7, 32-34) si consacrino solo a Dio nella verginità o nel celibato. Questa continenza perfetta per il Regno dei Cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, quale segno e stimolo della  carità e speciale sorgente di spirituale fecondità nel mondo ».

LG, 42.

 

            13. Consideriamo il nostro celibato consacrato un elemento essenziale della vita religiosa. Esso viene accolto e vissuto da noi non come una legge imposta, ma come una scelta assolutamente libera.

 

            14. Il celibato consacrato che noi professiamo è « prima di tutto opera della grazia di divina » e personale risposta ad una chiamata. Noi l’abbiamo accettato, il giorno della nostra professione, come una proposta alla nostra libertà per donarci totalmente a Dio, corpo e anima, per il suo Regno di Dio.          cfr. PC, 12; SAV, 41; Mt 19, 12.

 

            15. La vita matrimoniale testimonia la bontà dell’ordine naturale e dei valori umani. Il nostro celibato testimonia che questi valori, per quanto buoni, non costituiscono tuttavia i valori ultimi ed assoluti nell’ordine della Redenzione, ma che tutto deve ricapitolarsi nel Cristo risorto e glorioso.

            Il religioso con il voto di castità si impegna alla continenza perfetta nel celibato che è segno e anticipazione della vita futura ed eterna.

cfr. PO, 16; D. Gréa, L’Eglise, p. 449; Can. 599.

 

            16. La castità ha origine nella grazia battesimale ed è frutto della presenza dello Spirito Santo e nel cristiano  porta il sigillo della morte e resurrezione di Cristo.

            Essa aiuta il religioso a vivere e a testimoniare il suo battesimo suscitando in lui un dinamismo interiore da porre Dio e il Cristo al centro della sua vita.

cfr. SAV, 30.

 

            17. Simile ad una pianta tenera e fragile, la virtù della castità deve essere continuamente ma soprattutto all’inizio, protetta e custodita mediante la frequenza dei sacramenti, la prudenza e l'umiltà, la « con­versione » quotidia­na, l'accettazione della Croce, la preghiera, la devozione alla Vergine Maria.

Sono altrettanto mezzi importanti per vivere castamente l'aiuto reciproco nello spirito della Regola di Sant’Agostino, l'apertura attenta agli altri (« oblatività »), l'ascesi del riposo e la distensione necessaria all’equilibrio della persona.

Il consacrato facendo crescere e fortificando questo dinami­smo interiore si pone dinanzi al mondo in un rapporto completamente nuovo e libero da ogni condizionamento umano.

cfr. SAV, 31, 4 e ss; C, 3-12; 1 Cor 7, 32 ss.

 

            18. « Dio ama chi dona con gioia » (2 Cor 9, 7). Il nostro celibato consacrato non sarà dunque fonte di tristezza e di ripiega­mento su se stessi. Sarà ancor meno causa di aggressività, di disprezzo degli altri o di atteggiamenti di superiorità. Il clima fraterno delle nostre comunità, reso più sereno dalla nostra vità di castità, ci permetterà di crescere nella gioia eliminando ogni senzazione di inferiorità o di frustrazione.

 

            19. Dio che « ha fatto il nostro cuore per amare » non ci vieta di aprirci all’amicizia e agli affetti umani legittimi I nostri genitori, i nostri familiari, i parenti, gli amici occuperanno un posto privilegiato in questi affetti, pur conservando la nostra libertà interiore ed apostoli­ca.

 

IV. LA POVERTÀ

« Facciamo in modo che la nostra povertà non sia una povertà puramente affettiva, ma effettiva. Sarebbe vera­mente troppo comodo, che pur non possedendo niente in proprio, noi ci trovassimo senza lavorare in quel benessere, che la gente del mondo non può permettersi ».

D. Gréa, Conf. a St Antoine in VP, n. 19, p. 152.

 

            20. Ad imitazione di Cristo, che « da ricco che era, si è fatto povero per noi » (2 Cor 8, 9), noi ci impegniamo gioiosamente in una vita povera e distaccata, come espressione di libertà verso i beni temporali e di sicura speranza nei beni della città celeste.

(Can. 600) cfr. PC, 13; PO, 17; 2 Cor 9, 7; 1 Cor 7, 31; Mt 6, 20; LG, 44.

 

            21. In questo siamo illuminati dall’esempio degli Apostoli e delle prime comunità cristiane. Sant’Agostino ha presentato questo stile di povertà come uno degli elementi essenziali per vita dei suoi chierici. Noi pure ci rifacciamo alla tradizione canonicale che ha cercato di far rivivere questa « vita apostolica » nel clero pastorale.

cfr. Mt. 19, 27; At 2, 42-47; PO, 17; RSA, I; SSA 355, 1-2.

 

            22. Consacrarsi col « voto di povertà » non significa ricercare l’indigenza e la miseria, ma vuol dire rinunciare al libero uso dei beni e mettere in comune tutto ciò che si guadagna e si riceve.

(Can. 668 § 3) cfr. D 54, 55b, 59, 60.

 

            23. In un mondo sempre più esigente di autenticità, la nostra povertà vuol essere una testimonianza concreta di distacco dai beni e di generosa apertura agli altri, condividendo le difficoltà e la vita semplice di tanti nostri fratelli.

cfr. ES, 2ª parte, 23; PC, 13.

 

            24. La vera povertà religiosa non consiste solo in una dipendenza dai Superiori nell’uso dei beni, ma esige un distacco « di spirito  e di fatto ». Si diviene consapevoli di una tale esigenza attraverso una continua conversione interiore e un abbandono filiale nelle mani del Padre. « Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 5, 48) (= virtù di povertà che va al di là della pura legge).

cfr. PC, 13.

 

            25. A fondamento della povertà si trovano un profondo atteggiamento di umiltà e di semplicità, il riconoscimento gioioso della nostra dipendenza da Dio e il bisogno incessante della suo aiuto: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli » (Mt 5, 3).

            È da sottolineare che il povero, nel senso evangelico del parola, è il ricco per eccellenza.

 

            26. La povertà si esprime necessariamente attraverso le nostre varie attività. Esse ci mettono in sintonia con tutti i nostri fratelli nel mondo e ci permettono di provvedere al nostro sostentamento, alle opere della comunità locale e della Congregazione e ci permettono di contribuire ai bisogni della Chiesa e del mondo.

(Can. 640) cfr. DVC, 34-35; PP; PC, 13.

 

            27. Questo stile di vita, e la disponibilità verso i più poveri ci porteranno ad evitare nelle nostre comunità « ogni apparenza di lusso, di lucro eccessivo e ogni accumulo di beni ».

cfr. PC, 13.

 

            28. La condivisione fraterna dei beni comuni è motivo di gioia per coloro il cui lavoro è remunerato; ma anche gli altri non devono sentirsi da meno, in quanto le loro capacità, le attività svolte, i loro meriti e le loro sofferenze sono sempre una ricchezza a favore di tutta la Comunità. Costoro dunque non devono considerarsi inutili o di peso.

cfr. RSA, I.

 

            29. Pur protesi verso  i beni eterni non dobbiamo considerarci come « stranieri tra gli uomini » ed indifferenti ai problemi dell'umanità. Dobbiamo preoccuparci di amministrare saggia­mente i beni di cui disponiamo, ed essere particolar­mente sensibili agli obblighi di giustizia verso le persone e la società.

cfr. LG, 46; AA, 8.

30. La nostra povertà non è trascuratezza né avarizia, ma richiede sempre un gran senso di responsabilità personale. È attenta alle esigenze della carità ed è sensibile ai bisogni di ciascuno, favorendone in particolar modo lo sviluppo e le capacità.

 

            31. Il novizio, prima di emettere i voti, deve per scritto:

                        cedere a chi vuole l’amministrazione dei suoi beni attuali;

                        indicare chi potrà disporre del loro uso e usufrutto; (Can. 668 § 1)

          richiedere al Superiore Generale l’autorizzazione per eventuali modifiche(Can. 668 § 2).

 

            32.

a)     Con la professione « solenne » il religioso perde ogni potere di acquistare e di possedere.

b)        Egli dovrà, prima di questa professione, redigere un atto di rinuncia in favore di chi vuole, possibilmente in forma valida anche secondo il codice civile. Questa rinuncia concerne i beni già in suo possesso, e parimenti i beni di natura patrimoniale che gli saranno riconosciuti giuridicamente.

c)     I beni che in seguito potranno pervenirgli da altre fonti saranno a favore dell’Istituto.

         (Can. 668 § 4-5).

 

            33. Con il permesso del Superiore Generale e per rendere più radicale la sua povertà, un religioso a voti semplici perpetui può, per iscritto, rinunciare ai suoi beni patrimoniali.

(Can. 668 § 4b); D, 64.

 


V. L’OBBEDIENZA

 

« Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha manda­to » (Gv 4, 34).

 

« L’obbedienza non è nient’altro che un esercizio di fede; colui che obbedisce compie un atto di fede; una vita di obbe­dienza è una vita di fede; l’obbedienza non è che la fede messa in pratica ».

D. Gréa, Conf. luglio 1893; in VP, n. 46, p. 382.

 

            34. Il Signore Gesù ha sempre adempiuto la volontà del Padre unito a Lui nella filiazione e nell'Amore. Egli si è fatto servo degli uomini, fino a dare la propria vita per loro.

            Con il suo Fiat, Maria si è liberamente associata all’obbe­dienza del Figlio.

cfr. Gv 10, 30; 10, 17-18; Mt 20, 28; Fil 2, 6 ss; Lc 1, 38.

 

            35. Il Signore Gesù, che ha ricevuto dal Padre ogni potere e autorità, a chi ne ha il mandato insegna  a comandare, e a tutti insegna ad ubbidire.

            Incarnazione dell’autorità del Padre Gesù, che è « Maestro e Signore » ci mostra come proporre e trasmettere agli altri la verità ed introdurli nella economia della salvezza. Egli è dolce e nello stesso tempo fermo. È rispettoso delle persone, è di aiuto alle loro libertà e scelte ed è loro vicino per superare le difficili tappe della vita.

È intransi­gente di fronte a chi sarà di ostacolo alla Parola, manifestazione del disegno di Dio.

Sottomesso al Padre che lo manda, ne esercita l'autorità, non cercando altro che la sua gloria e il compimento della sua volontà.

cfr. Mt 28, 18; 11, 29; 19, 21; 16, 22 ss; Gv 13, 13; 5, 30; 17, 4.

 

            36. Con il Cristo, che ci invita a seguirlo: « se tu vuoi... », e con la Vergine Maria, noi vogliamo compiere per tutta la nostra vita la volontà del Padre. Egli si rivela a noi attraverso la mediazione di persone e avvenimenti affinché amiamo il Padre e facciamo ciò che a lui piace.

cfr. Mc 8, 34; Rm 13, 1-7; Gv 8, 20.

 

            37. Ad imitazione di Cristo, Figlio obbediente, noi, resi liberi perché figli adottivi, con la professione del voto di obbedienza facciamo l’offerta della nostra volontà al Padre e sottomettiamo tutta la nostra vita alla autorità dei legittimi superiori secondo le prescrizio­ni delle Costituzioni e le direttive degli altri Libri di vita.

(Can. 601 e 672); cfr. C, 1.

 

            E poiché « là dove c’è amore, c’è libertà », noi non imitiamo l’obbedienza servile dello schiavo, ma quella del figlio reso libero dall’amore.

cfr. Rom 8, 14 ss.

 

            38. Noi vogliamo dunque in spirito di fede scoprire in comunità il progetto di Dio per essere più disponibili ad amare e servire.

Uniti nella carità per il Signore e per i fratelli conosciamo insieme la volontà di Dio attraverso la preghiera unanime, il dialogo leale, e la sincera responsabilità e corresponsabi­lità.

 

            39. Noi esprimiamo e viviamo questa obbedienza all'interno di una comuni­tà fraterna, piccola porzione del Popolo di Dio, dove tutti (corpo - capo e membra pur nella diversità dei ministeri) vivono secondo una regola scelta, accettata, amata.

            L’obbedienza è così la virtù di tutti i componenti della comunità, la virtù per eccellenza della vita comune. Essa ci aiuta, non senza rinunce e sacrificio, a crescere nella libertà di figli di Dio e ci inserisce nel disegno d’amore del Padre realizzato dal Figlio nello Spirito.

cfr. 1 Cor 12, 4 ss; Gv 17, 19; Rom 8, 20-23; PC, 14.

 

            40. In questa « cellula » di Chiesa, il Superiore è colui che dai confratelli è riconosciuto e accettato come l’autorità a servizio della comunità. Esercitando l’autorità ricevuta nel nome e nello stile di Cristo il Superiore tiene unita la comunità, prende a cuore e su di sé le decisioni e le responsabilità, fa affidamento alla collaborazione attiva e gioiosa di tutti, condivi­dendone i successi e gli smacchi. Il Superiore animato da prudenza, cercherà di aiutare ogni confratello, pur nel rispetto delle sue attitudini e carismi, ed essere fedele agli impegni assunti e a corrispondere concretamente a ciò che Dio vuole da lui.

 

            41. L’autorità - servizio e l’obbedienza responsabile trovano armonia nel rispetto e nella fiducia che il Superiore deve avere per le persone a lui affidate e che i confratelli devono avere per coloro che sono stati chiamati a questo incarico di servizio.

cfr. DVC, 37; SSA, 340: « Gregi prodesse delectet ».

 

            42. Fedeli allo spirito di Dom Gréa:

a)     noi nutriamo per il Papa, capo della Chiesa univer­sale, una grande venerazione ed un profondo amore; a lui in forza del nostro voto, professiamo obbedienza filiale e incondizionata. (Can. 590 § 2).

 

b)     noi estendiamo un tale amore e una tale venerazione al Vescovo, capo della Chiesa particolare, il quale ci rende partecipi e collaboratori del suo ministero pastorale. Secondo le norme del diritto comune manifestiamo obbedienza filiale e totale all'autorità pastorale dell'Ordinario.

 

            43. Nei momenti di crisi, di contrasto e di scoraggiamento, ci ricorderemo di aver impegnato la nostra vita nella fedeltà alla Parola di Dio e di essere stati chiamati a vivere ogni giorno e con maggior generosità possibile il mistero pasquale di « Colui che imparò l'obbedienza dalle cose che patì » e fu obbediente fino alla morte di Croce.

            Il Padre che lo ha risuscitato ci darà la vita nello Spirito.

cfr. Eb 5, 8; Fil 2, 8.

 

            44. Compete solo ai Superiori Maggiori: Superiore Generale e Vicario generale, dare ordini « in nome dell’obbedienza ». Essi lo faranno raramente e in circostanze molto gravi.


VI. LA NOSTRA VITA  DI PREGHIERA, LITURGIA E CONTEMPLAZIONE

 

            45.

a)     Poiché il culmine di tutta l’attività pastorale è la celebrazione liturgica, espressione visibile del dono di salvezza agli uomini, noi prestiamo una attenzione e un impegno particolare alla Santa Liturgia, santificazione degli uomini e glorificazione di Dio. La santa Messa quotidiana ne è l’azione primaria e centrale.

         cfr. SC, 10; DVC, 23; Can. 663 § 2.

 

b)     Alla nostra preoccupazione di dare al culto divino tutta la sua verità e dignità si unisce uno sforzo costante perché i fedeli partecipino consapevolmente, attivamente e fruttuosamente alla celebrazione del mistero cristiano.

         cfr. SC, 11; 19; 48; 106; PO, 5.

 

            46.

a)     Il nostro amore tradizionale per la Lode divina, estensione e complemento della liturgia sacramentale, ci porta a svolgere comunitaria­mente e in abito da coro il servizio ecclesiale della Liturgia delle Ore.

         cfr. D. Gréa, La Sainte Liturgie, p. 1; PO, 5; 13.

 

b)     Favoriamo la partecipazione attiva del popolo di Dio convinti che la celebrazione della Liturgia delle Ore è certamente dovere dei chierici ma non è un loro privilegio. Essa è la preghiera pubblica della Chiesa convocata.

         cfr. SC, 100; 103; DVC, 24.

 

c)     Nella lode divina la Comunità canonicale, insieme alla Comunità cristiana presente, percepisce in modo particolare la sua unità e santifica, ogni mattina e sera, il corso del tempo che guida la vita degli uomini redenti verso l’eternità.

         fcfr. SC, 84; 95; PO, 4; 8; PC, 15.

 

d)     Da essa noi attingiamo, quale sorgente inestin­guibile, il nostro fervore, la nostra fedeltà, la nostra gioia e la forza per la nostra attività pastorale.

         cfr. SC, 90; PO, 5.

 

            47. L'annuncio di Gesù Cristo e del suo messaggio di salvezza è uno dei compiti principali del nostro ministero pastorale. Ci dobbiamo dunque prodigare per portare al mondo la parola dopo averla noi stessi ascoltata e lungamente meditata. È questa Parola che suscita, conferma e arricchisce la fede e quindi costruisce e fa crescere la Chiesa e ciò mediante la predicazione, la catechesi ai ragazzi, agli adulti, ai credenti e a non credenti « in ogni occasione opportuna e non opportuna ».

cfr. CD, 30; PO, 13; LG, 44 b; Rm 10, 14-15; 2 Tm 4, 2.

 

            48.

a)     Per esercitare questi compiti pastorali e per compiere tramite essi un’opera di salvezza e di santificazio­ne e non una semplice attività umana e terrena, sono indispensabili una forte vita spirituale e un sincero e instancabile cammino di santità. Non saremo dei veri operai del Regno se non coltiviamo una preghiera persona­le.

         cfr. SC, 12-13; LG, 47; PO, 12-13; 18; PC, 6; 8; ES, 21.

 

b)     La preghiera non è solamente la celebrazione comunita­ria vissuta interiormente nel migliore modo possibile (Messa, Ufficio, Sacramenti), né solo un incontro di Dio nelle persone, negli avveni­menti, nelle attività della vita (che siano queste direttamente apostoliche o spirituali o no), ma è anche un incontro più personale con Dio, secondo l’esempio e il comando del Signore.

         cfr. Lc 5, 12.16; Mt 6, 6.

 

c)     E’ dunque indispensabile che ciascun religioso e ogni Comunità abbia la possibilità, il tempo, il luogo adatto per momenti più o meno lunghi di vita interiore secondo le proprie esigenze come l'orazione, la meditazione, incontri, esercizi spirituali singolarmente o comunitariamente.

 

            49.

a)     La nostra spiritualità è quella proposta dalla Chiesa, nutrita dalla Parola di Dio, dalla celebrazione della liturgia, senza un sovracca­rico di devozioni particolari.

 

         Cfr. D. Gréa, Conf. VP, n.35, p.264:

         « Non abbiamo una spiritualità particolare, non abbia­mo che la spiritualità della Chiesa. Ma a quello bisogna essere fedeli Come la vita religiosa è la perfezione della vita della Chiesa, così la spiritualità dei religiosi deve essere la perfezione della spiritualità della Chiesa ».

 

b)     La nostra ascesi sarà quella della Chiesa penitente, la quale incessantemente comunica alla morte del suo Signore. La nostra ascesi sarà anche un impegno fedele e sincero al nostro essere persone consacrate, al nostro celibato, alla nostra povertà, alla nostra obbedienza, alla vita comune accolta senza eccezioni e alle tradizione del nostro Istituto.

         cfr. PO, 13; PC, 5; ES, 22; C, 52-59.

 

            50. Nutriamo una devozione veramente filiale nella preghiera sia liturgica sia personale, come la pratica del rosario, per la Madre di Dio, Regina degli Apostoli e dei Santi, maestra di vita interiore e di contemplazione, patrona della nostra Congregazione.

cfr. LG, 65; 67; Can. 663 § 4; D, 82.

 

            51. Oltre all'impegno per una vita spirituale sempre più profonda attraverso un vivo rapporto con il Signore, ci dedicheremo allo studio. Questo è necessario per accogliere e meditare la sua Parola, per mantenere un contatto assiduo con la mentalità dei nostri fratelli, per rinnovare le nostre conoscenze e per seguire con discernimento e aggiornamento le grandi correnti del pensiero e della vita della Chiesa e del mondo.

cfr. UR, 9; PC, 6; AG, 34; PO, 12; 19; ES, 16; 1; DVC, 22; 41; C, 94.

 


VII. MORTE E VITA IN CRISTO

 

52. Per camminare alla sequela di Cristo, dobbiamo rinunciare a noi stessi e portare la nostra croce ogni giorno, poiché il servo non è più del Maestro.     cfr. Lc 9, 23; Gv 15, 20.

 

            53. Con il Signore, noi dobbiamo morire al peccato in modo da vivere con lui per Dio e per i nostri fratelli. La Croce ci libera dal peccato e ci invita al servizio gli uni degli altri nella carità. Dobbiamo continuamente spogliarci dell’uomo vecchio per rivestire l'uomo nuovo per non correre il rischio che dopo aver predicato Gesù Cristo agli altri, veniamo noi stessi riprovati.      cfr. Rm 6, 10; Ef 4, 22; 1 Cor 9, 27.

 

            54.

a)     Il lavoro apostolico incontra fatiche e contraddizioni; affrontan­dole con costanza, forza e gioia, completiamo in noi « ciò che manca alle sofferenze di Cristo per il suo Corpo che è la Chiesa ».

 

b)     La vita comunitaria esige umiltà, dolcezza, calma, benevolen­za, pazienza, per sapere e potere, nella fedeltà alla grazia di ogni momento, « conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace » (Ef 4, 3).

 

c)     La vita di preghiera e la fedeltà concreta ai voti ed al loro vero spirito richiedono un generoso impegno ascetico.

 

d)     Le sofferenze fisiche e morali, le varie incertezze che la condizione umana comporta, la nostra autentica unione alle tribolazioni del mondo intero, l'invecchiamento e la morte stessa ci fanno partecipare attivamente al mistero della Croce del Signore.

         cfr. Col 1, 24; Ef 4, 2-3.

 

            55. Accettare le varie pene e sofferenze con tutto l’amore richiesto dal nostro essere religiosi, suppone che viviamo in un costante « spirito di penitenza ».

            Noi acquisteremo questo spirito se sapremo imporci anche forme volontarie di ascesi, scelte personal­mente e comunitariamen­te. Esse saranno una conferma concreta della nostra vita e del nostro annuncio di apostoli.

            Nella fedeltà allo spirito di Dom Gréa, avremo a cuore di sottolineare alcuni tempi liturgici mediante un impegno maggiore di conversione a Dio e ai fratelli nella preghiera, il digiuno, l’elemosina, contenti di essere solidali — sia pure con un segno ben modesto — con i più poveri che mancano spesso del necessario destinando loro ciò che è frutto della nostra privazione.

cfr. SSA, 208; Pa, 11.

 

            56. Consapevoli della nostra povertà radicale, della nostra condizio­ne di peccatori e dell'invito continuo ad una conversione quotidiana, noi ricorriamo volentieri e con frequenza al sacramento della Penitenza, risposta di Dio alla nostra miseria e incontro privilegiato con il Signore che tramite la mediazione del sacerdote, ci purifica con il suo sangue e ci riconcilia con il Padre e con la Chiesa per una vita più santa.             — Nei momenti di silenzio come all’inizio della Messa e di Compieta esamineremo la nostra coscienza, essendo la conoscenza di sé stessi uno degli elementi importanti della nostra vita spirituale —.

 

            57. Se partecipiamo alle sofferenze e alla morte di Cristo, parteciperemo anche alla sua gloria.

            Siamo già risorti con Lui, ma non abbiamo ancora raggiunto la meta. Tutta la nostra vita è un camminare in avanti verso il traguardo. come un atleta, per ricevere il premio promesso.

cfr. Rm 8, 17; Fil 3, 14.

 

            58. Dio stesso, che ci ha donato nello Spirito la garanzia della nostra futura eredità e della sua fedeltà, ci confermerà fino alla fine con la sua pace e la sua gioia caratteristiche della sua presenza e della sua grazia operante nella vita dell’uomo.

cfr. Ef 1, 14; 1 Cor 1, 8; Rm 14, 17; Gal 5, 22.

 

            59. Già fin d’ora viviamo di questa gioia e di questa pace che avranno il loro pieno compimento nella comunione definitiva con il Padre e il suo Figlio Gesù nello Spirito.

cfr. Gv 14, 27.

 

« Il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferen­za vi confermerà e vi renderà forti e saldi.

A lui la potenza nei secoli. Amen! »

(1 Pt 5, 10-11).

 

VIII. IL MINISTERO

 

60. Scopo del nostro Istituto è l'adempiere, in una vita comune integrale, gli impegni pastorali di evangelizzazione, di riconciliazio­ne, di vita sacramentale, di coordinazione, ecc., che Cristo Gesù ha affidato ai suoi apostoli e ai loro successori, di cui noi desideriamo essere i modesti collaborato­ri nei luoghi che essi ci affidano.

cfr. DVC, 15; 24; CD, 27; 29-30; 34; LG, 28; cfr. S. I­gnazio di Antiochia, Lettera ai cristiani di Smirne, 8: « Là dove è presente il vescovo, là sia la comunità, come dove c’è Cristo,ivi c'è la Chiesa cattoli­ca ».

 

            61. Ogni religioso, sacerdote o fratello, impegna­to direttamente in attività pastorali ed educative, o d’insegna­mento, o d'amministrazione o in servizi ausiliari, ecc., partecipa all’opera del « ministero » che caratterizza l’Istituto non solo quando si è in buona salute e attivi ma anche durante la malattia e la vecchiaia.

 

            62. Alla sequela di Cristo, secondo la missione affidataci per mezzo della Chiesa e nella Chiesa, noi siamo i promotori e i servitori del Popolo di Dio.

Siamo desiderosi che ogni uomo diventi figlio di Dio e viva della sua amicizia nel cammino verso il Regno.

Ci preoccupiamo di formare comunità cristiane vive e aperte per poter contribuire nella docilità alla grazia dello Spirito, a edificare la Chiesa, insieme di più comunità, ma chiamate a realizzare sempre più la sua unità e la sua cattolicità.

É in queste comunità cristiane aperte affidateci che le nostre Comuni­tà canoniali ugualmente disponibili e aperte si propongono di prestare il loro ministero secondo il proprio carisma.

cfr. LG, 13; AG, 2; 9; SC, 2.

 

            Esercitiamo tale servizio nella umiltà e in stretta comunio­ne con i nostri fratelli nel sacerdozio chiamati come noi a fare crescere la Chiesa con il loro ministero.

cfr. DVC, 26.

 

            63. Poiché per realizzare lo stupendo disegno di Dio tutto parte dalla fede, nostro primo dovere è l'evangelizzazione, l'annuncio di Gesù Cristo e del suo Regno, dissipando le tenebre dell’ignor­anza e preparando le vie del Signore che viene. « Guai a me se non predicassi il Vangelo » (1 Cor 9, 16).

Sarà nostra costante preoccupazione d'essere presso tutti come coloro che annunciano la speranza con la parola e la testimonianza.

cfr. DVC, 23; Rm 10, 14; Lc 1, 66; DH, 11; AG, 5.

 

            64. L’economia della salvezza propone ai credenti la chiamata alla santità. La nostra attività pastorale, dopo aver suscitato la fede, ha come programma di accompagnare e di seguire il lungo cammino dei credenti verso la santità cristiana.

            Con la celebrazione della Liturgia offriamo ai fedeli la sorgente della vita di grazia e un modello di preghiera.

Prestando con sollecitudine, il nostro fraterno e quotidiano aiuto facciamo in modo che le nostre comunità ecclesiali, nate dalla Parola, crescano fino al punto che ognuno raggiunga la « misura che conviene alla piena maturità di Cristo » (Ef, 4, 13).

            Con questo atteggiamento aiutiamo i nostri fedeli a crescere nel loro cammino cristiano e ad assumere con responsabilità i compiti pastorali loro propri.

cfr. LG, 41; SC, 2; DVC, 20.

 

            65. Tale mistero di salvezza e di santificazione ci deve impegnare totalmente. « L’amore di Cristo ci spinge » (2 Cor 5, 14).

            Esige innanzitutto una condotta di vita santa, animata da una carità che ci allontani dalla mediocrità e dall’indif­ferenza e faccia di noi fratelli generosi e servitori premurosi sempre sostenuti da pazienza e speranza.

            Noi vogliamo essere aperti con il cuore e con lo spirito a tutti i valori religiosi, culturali, sociali dei diversi ambienti umani.

cfr. PO, 7; 12.

 

            66. Essendo al servizio delle diocesi noi accettiamo attività di mistero pastorale che gli Ordinari desiderano conferirci, purché queste salvaguardino l’essenziale (vita comune di fatto) della nostra vita canonicale e permettano di svolgere quegli incarichi richiesti dagli organismi centrali, regionali dell'istituto e della Confederazione.

            Preferiamo orientarci, senza esclusivismi, verso una pastorale parrocchiale optando però per quelle situazioni che non ci impediscono di essere fedeli al nostro ideale comunitario realmente vissuto in comunità di fatto e di essere concreti testimoni di verità agli uomini del nostro tempo.

            Una pastorale specificamente « missionaria », presente nella storia delle Comunità canoniali, resta legata, nel nostro Istituto, alla richiesta e al consenso di coloro che ad essa si sentono chiamati.

cfr. DVC, 20-21; 25; Can. 678 § 1.

 

            67. Sappiamo che non ci si improvvisa ministro della salvezza di Dio presso gli uomini.

L'attività pastorale presuppone una lunga preparazione umana, spirituale, psicologica e tecnica.

            Oltre alle capacità acquisite negli anni di formazione, ci preoccuperemo di conoscere sempre più ciò che è necessario ad un sereno rapporto umano, ciò che è utile al dialogo pastorale e alla comprensione dei vari e differenti comportamenti di vita delle persone.

L’iniziazione pastorale dovrà essere programmata e organizzata.

            Questa preparazione, non è mai sufficiente ed esauriente. È sempre più necessaria una « forma­zione permanente » la quale ci aprirà ad una competen­za pastorale e mentalità più ampia e aggiornata secondo le esigenze degli uomini del nostro tempo e l'evoluzione della società.

Noi partecipe­remo volentieri a ciò che al riguardo le diocesi organizzano .

cfr. DVC, 22; OT, 4; 8; 15; 29; 21.

 

IX. VOCAZIONE E FORMAZIONE

 

« Tutti i cristiani sono chiamati alla santità ».

D. Gréa, L’Eglise, p. 448; cfr. LG, 5.

 

            68. Unica è la vocazione di tutti i battezzati alla santità, diverse le chiamate di Dio, differenti le modalità della libera risposta dell’uomo.

Noi,     Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, vogliamo rispondere con gioia alla chiamata divina alla santità nello stato religioso che noi crediamo essere « ciò che esiste di più sostanziale e di più perfetto nella struttura della Chiesa ».

D. Gréa, L’Eglise, p. 453.

 

            Vogliamo rispondere gioiosamente a Dio che ci chiama ad essere « degli inviati » incaricati, ad imitazione di Cristo e per mezzo di Lui, di servire i nostri fratelli nel e per il sacerdozio che edifica la Chiesa Corpo di Cristo finché egli venga.

            É in questa duplice prospettiva che vogliamo prendere in considerazione la questione delle « vocazioni » e della formazione.

 

 

1. Dovere di Suscitare Vocazioni

 

            69. L’amore per il nostro ideale e la convinzione che esso è da molto tempo utile alla vita della Chiesa devono farci desiderare che altri abbraccino la vita canonicale.

 

            Anche se alcuni di noi o alcune delle nostre opere hanno il compito specifico nel ricercare, nel suscitare e nell'accompagnare vocazioni canoniali, spetta a tutti e a ciascuno condividerne la responsabilità.

cfr. Lettera di D. Gréa ai Priori, 2 Aprile 1902: « Il discerni­mento e l’accompagnamento delle vocazioni non spetta esclusiva­mente alle comunità più consistenti. I nostri priorati più semplici devono prendervi parte ».

 

            70. Sapremo dunque creare occasioni e trovare modalità che ci permetteranno di trasmettere agli altri ciò che noi abbiamo ricevuto.

            Prima di tutto ricorriamo a ciò che è maggiormente alla nostra portata:

         la preghiera e la penitenza cristiana, affinché si realizzi, anche per mezzo nostro, il piano salvifico di Dio;

         l'impegno incessante di educare ad una fede generosa e al desiderio di donarsi.

         alcune pubblicazioni specificamente vocazionali

         l'indispensabile testimonianza della nostra vita persona­le, vissuta nella radiosa gioia, « pasquale », e un autentico stile di vita comunitaria fraterna e apostolica in tutte le nostre residenze.

                                                       cfr. OT, 2.

 

            71. Solo così noi possiamo far conoscere il nostro ideale e suscitare interesse e amore alla vita canonicale:

a)     ai Vescovi, affinché possano presentare il valore di tale ideale di vita al loro clero;

b)     al clero specialmente a quello delle Chiese locali, a cui il medesimo ministero pastorale e spesso una vera fraternità ci unisce, manifestandogli così la tradizione della « vita apostolica »;

c)     agli adulti e ai giovani, in modo particolare a quelli delle nostre Comunità parrocchiali che a volte sono in cerca di un concreto ideale per vivere più profondamente la loro consacrazione battesimale;

d)     agli stessi ragazzi, convinti che lo Spirito soffia dove vuole e che anche ad essi può essere concessa la grazia di volersi consacrare al Signore.

 

            72.

a)     Scopo delle nostre Scuole Aposto­liche (seminari minori) è quello di riconoscere nei comportamenti dei ragazzi scelti con prudenza e diligenza una possibile vocazione, di coltivarne i germi con sapienza favorendone una disponibilità sempre più grande a tale grazia.

b)     La scelta dei ragazzi deve essere fatta in base alle loro attitudini che lascino intravedere una eventuale chiamata di Dio.

c)     La formazione del ragazzo deve essere fatta in un ambiente sano e sereno e in modo graduale. Deve riguardare tutti gli aspetti della sua vita: umana, intellettuale e spirituale.

         Gli educatori faranno attenzione di evitare ogni condiziona­mento della libertà del ragazzo.

         Faranno quanto è loro possibile per riconoscere e fortificare l'eventuale e prezioso dono della vocazione.

d)     La direzione paterna dei Superiori e di educatori preparati, i contatti frequenti con la famiglia e con il proprio ambiente sociale sono molto necessari perché il ragazzo giunga con naturalezza e in vero clima di famiglia ad una sufficiente maturità affettiva e ad una conoscenza del mondo proporzionata la sua età.

 

 

2. Postulandato

 

            73. Il postulandato — soprattutto per i giovani che non provengono dalle nostre Scuole Apostoliche — è un tempo che permette al postulante di conoscere in modo più approfondito la vita in Cristo vissuta in comunità nella quale egli desidera impegnarsi e permette alla comunità di conoscere le diverse attitudini del candidato nel suo « passaggio progressivo dalla vita del mondo alla vita del noviziato »:

cfr. RC, 11 § 1.

 

            74. Il postulante durante un periodo che potrà variare a giudizio dei Superiori (senza tuttavia oltrepassare abitualmente i due anni) e sotto la direzione di un formatore potrà ugualmente continuare il suo cammino di crescita umana, intellettuale e professionale.        cfr. RC, 12.

 

            75. Durante gli ultimi anni dei loro studi secondari i giovani delle nostre Scuole Apostoliche verranno gradualmente avviati ad una conoscenza più profonda della vita religiosa alla quale aspirano.

 

 

3. Noviziato

 

            76. Il noviziato, con il quale si inizia la vita nell’Istituto, è una tappa fondamenta­le voluta dalla Chiesa per coloro che in sincerità desiderano consacrarsi a Dio nella vita religiosa.

Il Superiore Generale ed il suo Consiglio ammetteranno al noviziato soltanto coloro che rispondono pienamente alle indicazioni del Diritto.     (Can. 641-645; D, 119).

 

            Il noviziato è un tempo forte che va vissuto il più intensamente possibile per:

     una conoscenza della volontà di Dio ed un incontro più personale con il Signore Gesù;

     una conoscenza della storia della congregazione del pensie­ro del Fondatore, del suo ideale, della sua spirituali­tà affinché il novizio possa giudicare se questa corrisponde alla sua vocazione e alle sue attitudini;

     una conoscenza umile e serena di sé in totale apertura a Dio che chiama;

     una prima esperienza pratica della vita comune e della vita pastorale;

         cfr. Can. 652 § 2.

 

            77. Affinché possa già vivere con generosità secondo lo spirito dei voti e delle virtù della vita religiosa, il novizio CRIC sarà premurosamente iniziato:

a)     ad una lettura fruttuosa del disegno di Dio nella Bibbia e nella Chiesa per scoprire attraverso un incontro personale Dio che ama gli uomini e li invita ad associarsi a questo amore;

b)     ad una conoscenza teorica e pratica della Santa Liturgia.

         La Bibbia e la Liturgia sono le fonti essenziali della nostra spiritualità e della nostra preghiera;

c)     allo studio dei nostri Libri di vita;

d)     a continuare eventualmente o a completare altri studi profani utili alla sua formazione, senza però un impegno di esami o di diplomi.

         cfr. Can. 652 § 5.

 

            78. Il novizio con la grazia di Dio si abituerà a conoscersi più a fondo con le sue qualità per farle fruttificare, con i suoi difetti per poterli correggere. Si lascerà guidare da quelle persone e da quegli avvenimenti che accolti con l'occhio della fede lo aiuteranno a scoprire il disegno di Dio sulla sua vita.

 

            79. Il novizio vivendo insieme ai confratelli i quali avranno a cuore di aiutarlo con il loro esempio e i loro consigli, verrà a conoscere direttamente le esigenze della « vita in comunità » e ne scoprirà la ricchezza.

 

            80. Il novizio, realizzando con maggior generosità lo stato battesimale che lo ha spogliato « dell'uomo vecchio » per rivestirlo « dell’uomo nuovo », « pecca­torum onera deponens et quam dulcis est Dominus gustans », corrispondendo agli innumerevoli inviti del Signore che lo chiama alla santità, imparando a vivere con gradualità la  « disciplina » accettata e voluta, diventerà « discepolo » del Signore e in questo modo si preparerà a consacrarsi a Dio.

cfr. PC, 5.

 

            81.

a)     Il Padre Maestro dei novizi deve essere un sacerdote religioso  a voti solenni (o perpetui). Egli è nominato dal Superiore Generale con voto deliberativo del Consiglio (cfr. C, 120 b 2). Egli è colui che nella comunità, scelta per essere « luogo educante », ha l’incarico diretto e immediato della formazione dei novizi sotto l’autorità dei Superiori Maggiori.

         cfr. Can. 650 § 2.

 

b)     Spetta al Padre Maestro stabilire i programmi più adatti, informare periodicamente i Superiori Maggiori, fissare con loro « periodi di esperienze apostoliche » ed altre attività utili alla formazione dei novizi o di un determinato novizio.

         cfr. Can. 648 § 2.

 

            82. Il noviziato comprende un periodo di dodici mesi vissuti nella casa a tale scopo regolarmente designata. Un’assenza dalla casa del noviziato che superi i tre mesi, continui o discontinui rende invalido il noviziato  salvo il disposto dei Can. 647 § 3 e 648 § 2.

Un’assenza che superi i quindici giorni deve essere recuperata.

            Il Superiore Generale, se ha qualche dubbio per ammettere un novizio alla professione temporanea può prolungare il periodo di prova ma non oltre sei mesi. (Can. 653 § 2).

 

            Al termine del loro noviziato i novizi potranno essere chiamati dal Superiore Generale alla professione temporanea ma:

     su loro domanda scritta e secondo il parere del Padre Mae­stro,

     dopo il voto consultativo dei professi e di coloro che risiedono abitual­mente nella casa di il noviziato (D, 121),

     dopo il voto deliberativo dei Consiglieri Generali (C, 120 b 3),

 

            83. Spetta di diritto al Superiore Generale ricevere la professione ma egli può delegare un altro e tale esplicita delega deve essere menzionata nella formula scritta e autentica della professione.

 

            84. La professione temporanea venga emessa per un periodo di tre anni, rinnovabili (anno per anno) per un secondo triennio (salvo i casi eccezionali previsti dal Can. 657 § 2). I professi s’impegnano così a mettere in pratica tutte le esigenze proposte dalla Comunità CRIC.

 

            85. Formula della Professione:

 

            « Per la gloria di Dio, Padre, Figlio e Spirito,

                        io N. N.

            faccio nelle vostre mani, padre N. N. (nome e funzione)

                        (quando è necessario: delegato del Superiore Generale)

            voto a Dio per (... durata ... voto solenne)

            di castità, povertà, e obbedienza,

            secondo la Regola di Sant’Agostino

            e le Costituzioni dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione.

            Mi siano di aiuto la Beata Vergine Maria Immacolata,

            Sant’Agostino nostro Padre e tutti i santi dell’Ordine canonicale ».

 

            86.Quanto all’abito, che è uno dei segni esteriori della consacrazione, i professi si conformeranno generalmente alle prescrizioni suggerite ai chierici dalle rispettive Conferenze episcopali pur nel rispetto dell'abito tradizionale usato in alcune nostre Comunità regionali.

 

 

4. Scolasticato

 

            87. I giovani religiosi, destinati o no al sacerdozio, consapevoli della sublimità del compito a cui sono chiamati, vivendo secondo l'immensa grazia che hanno ricevuto nella loro prima professione, continuano la loro formazione lungo gli anni del loro scolasticato (« secondo noviziato »).

 

            88. Saranno guidati da Padri Maestri di provata esperienza pedagogica e più « testes vitae » che « magistri disciplinae ».

Essi faranno un cammino di spontanea e mutua collaborazione con gli educatori e anche con tutti quelli che contribuiscono alla loro formazione.

            Consapevoli che tale educazione non è mai completa con responsabilità e in maniera progressiva riceveranno una vera formazione umana, spirituale e apostolica che li renda  capaci di rispondere alle proposte di Dio e ai bisogni della Chiesa.

cfr. Conf. episc. del Lombardo-Veneto 14.11.69, n. 38.

 

89. La casa dello scolasticato sarà attrezzata di tutto il necessario richiesto, secondo i moderni criteri di funzionalità, senza lusso né superfluo.

Maggiormente ci si preoccuperà del clima spirituale, che deve contribuire a formare una vera comunità di fede, di pietà, di carità : è infatti la carità nell’obbedienza che deve :

¾   animare i rapporti di fiducia tra educatori e giovani religiosi, di amicizia tra tutti,

¾  accogliersi con reciproca stima,

¾   favorire il dialogo franco, serio e sereno, dove ognuno si senta responsabile del proprio fratello,

¾   favorire inoltre l’apertura al mondo esterno, e in particolar modo al mondo dei giovani.

 

Una tale apertura si manifesterà nel desiderio di incontrarsi e di condividere amichevolmente esperienze reciproche di vita. Organizzati con cura, tali contatti potranno apportare un grande contributo ai giovani religiosi perché vivano nella gioia la loro donazione al Signore e così, forse, suscitare  negli altri il desiderio di condividerla.

 

90. Poiché le virtù cristiane e sacerdotali si innestano sulle virtù dette “umane”, lo studente continuerà a perfezionare i diversi aspetti della sua personalità, sviluppando in lui quelle virtù di base, quali : senso di giustizia, gentilezza e cordialità, ecc., in vista dello sviluppo armonioso di una libertà creatrice, che in un contesto di vita liberamente scelta, non si dimentica del bene degli altri.

            Da futuro apostolo capace di comprendere gli altrui problemi a da uomo aperto ad ogni conoscenza, soprattutto alla scienza di Dio, considera lo studio, svolto secondo le disposizioni della Ratio studiorum, un suo dovere di stato e un lavoro essenziale che ben si addice alla povertà religiosa .

 

91. Chiamato a testimoniare il Cristo morto e risorto - definizione dell’apostolo in Atti 1,8 ; 4,33 - fa sì che il Signore formi in lui l’uomo di Dio che saprà portare agli altri ciò che ha contemplato.

 

a)   Persuaso del prevalere delle spirituale sulla tecnica, pur indispensabile da conoscersi, imparerà innanzitutto ad amare la preghiera, personale e comunitaria ;

 

b)   sarà portato a realizzare una unità vitale tra questa, il suo studio e ogni altra forma d’attività, per conoscere sempre più intimamente il mistero di Dio e poterlo così trasmettere ;

 

c)   il “padre spirituale” ricoprirà un ruolo importante nella formazione dei giovani : li aiuterà a scoprire più chiaramente il disegno di Dio nella loro vita, li sosterrà nei loro sforzi, per superare le inevitabili difficoltà e sviluppare così ogni loro risorsa personale

 

92. a) Poiché dovrà  annunciare il Vangelo, lo studente imparerà a conoscere i metodi e la prassi dell’evangelizzazione. Anche se gli obblighi della sua vita di studente lo pongono in certo qual modo lontano dalla vita di ministero, sarà gradualmente iniziato - contatti diversi, tirocini durante le vacanze o esperienze pastorali, qualora sia possibile interrompere gli studi - alle diverse forme e branche dell’apostolato.

 

b)  Il cosiddetto  “anno di pastorale” che è a conclusione del corso normale degli studi teologici sarà per il religioso chierico un anno di formazione professionale per l’evangelizzazione. Anche il religioso fratello riceverà una formazione pastorale e, eventualmente, professionale, in base alle sue prerogative e capacità.

 

93. Una volta che la sua preparazione sarà ritenuta sufficiente e la sua personalità umana e religiosa alquanto stabile, lo studente potrà impegnarsi definitivamente nell’Istituto con i voti solenni

(Can. 657 ; C. 120 b 3)

 

            Compiuta la sua formazione e raggiunta l’età richiesta (Can. 1031 § 1 e 4), questi potrà essere ammesso al sacerdozio.

 

 

5)  FORMAZIONE PERMANENTE

 

94. Poiché è dare prova di maturità l’essere convinto che la formazione non termina con l’impegno definitivo o con il ricevere gli ordini sacri : questa deve continuare lungo tutta l’esistenza, con la stessa disponibilità di ascolto e di ricerca:

 

a)   affinché il religioso persegua il suo “divenire umano” nelle circostanze fauste e infauste, soprattutto nella monotonia della vita quotidiana ;

 

b)   affinché lasci continuamente crescere in lui, nei successivi stadi della sua vita, il Cristo che in lui vuole raggiungere la sua pienezza ;

 

c)   affinché aggiorni continuamente con studi, sessioni, “recyclage”,  e se possibile con un “troisième an” le sue conoscenze teologiche ed umane, allo scopo di saper sempre parlare agli uomini con il linguaggio adeguato.

 

            I superiori si adoperino in tutti i modi per procurare ai loro fratelli la possibilità concreta di condurre a buon fine un tale programma.

Cf. OT, 22 ; PC, 18 ; Ef 4,11.

 

6 DIMISSIONE DALL’ISTITUTO

 

95. a) Nei casi :

 

¾    in cui un religioso chieda di passare ad altro Istituto (Can. 684, 685 ; C. 120 b 8) ;

¾    in cui un religioso chieda di essere riammesso all’Istituto (Can. 690 § 1 ; C. 120 b 5) ;

¾    in cui un religioso a voti temporanei chieda dispensa dai voti (Can. 688 § 2 ; C. 120 b 4)

¾   in quelli più dolorosi di uscita dopo la professione solenne (o perpetua) (Can. 691-693) ; o di rinvio (Can. 694-704),

             ci si attenga alle prescrizioni del Diritto (Cf. Anche C. 120 a 3).

 b)  Un membro che si allontani dall’Istituto o che ne venga dimesso non può nulla rivendicare per qualunque servizio reso all’Istituto, verranno tuttavia rispettate le esigenze dell’equità e della carità (Can. 702).

 

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