DIRETTORIO GENERALE
(ROMA 1997)
I. PREMESSE
1. Il Direttorio generale espone:
— chiarificazioni o approfondimenti del testo delle Costituzioni;
— disposizioni pratiche sotto forma di enunciati, direttive o consigli validi per tutto l’Istituto.
2. Le disposizioni pratiche del Direttorio generale obbligano in quanto tali.
Nell’attuarle si tenga presente quanto segue:
a) l’impossibilità di mettere in pratica qualche direttiva non ne invalida il suo carattere prescrittivo;
b) le direttive e le indicazioni vengono proposte alle comunità e a ciascun religioso come un aiuto a corrispondere in modo concreto alla propria vocazione, alla santità e in conformità all’ideale canonicale.
c) la legge è un richiamo: lasciandoci guidare dalla prudenza si può fare meglio e di più di quanto è prescritto o proposto.
Per comportamenti personali ciascuno agirà secondo quanto gli suggerisce lo Spirito, per comportamenti comunitari si deciderà insieme nell’amicizia e nel reciproco rispetto e con un accordo unanime o maggioritario.
3. Il Direttorio ci è stato dato dal Capitolo generale che è fonte autorevole. Spetta perciò solo al Capitolo abrogarne o modificarne le disposizioni. E’ compito del Superiore Generale e del suo Consiglio suggerirne l’autentica interpretazione.
4. I direttori particolari potranno integrare gli ordinamenti pratici del Direttorio generale. Essi saranno elaborati dai membri delle comunità regionali o locali tenendo presente i differenti modi di vita e le tradizioni in vigore sul territorio. Saranno sottoposti all’approvazione del Superiore generale e del suo Consiglio.
Certe direttive suggerite dal Direttorio generale possono divenire prescrizioni obbligatorie in qualche direttorio particolare.
II. LA VITA
COMUNE
5. La nostra vita fraterna oltre all’attività comune nell’apostolato esige mutuo affetto, stima, fiducia reciproca, lealtà, comprensione, capacità e volontà di dialogo, vicendevole perdono e rispetto verso tutti.
1. La preghiera comunitaria
6. Le celebrazioni “comunitarie” della Liturgia costituiranno il momento più significativo della nostra vita comune. Non è sufficiente saper pregare gli uni accanto agli altri, ma è necessario manifestare la vera comunione condividendo senza rispetto umano quelle intenzioni di preghiera che ciascuno desidera esprimere soprattutto nella preghiera universale della Liturgia eucaristica e nella preghiera di intercessione della Liturgia delle Ore.
7. La concelebrazione sia il modo privilegiato della nostra celebrazione eucaristica, ogni qualvolta le diverse situazioni e le attività pastorali ce lo permettono.
8. La celebrazione liturgica comunitaria esige il rispetto delle norme rituali e delle disposizioni suggerite dal responsabile del canto o della recitazione. Il culto degnamente celebrato edifica il popolo cristiano e lo invita a parteciparvi volentieri.
2. Il dialogo fraterno
9. L’apertura al dialogo è un elemento essenziale della vita comune. Di fronte agli altri sforziamoci di non essere persone che solo osservano o dei semplici spettatori ma “persone aperte e attente le quali amichevolmente percepiscono nell’altro un fratello che ha qualcosa da comunicare, un fratello che porta in sé la propria dignità, i propri valori e i propri ideali”.
(Citazione di Martin Buber)
10. Una serena discussione su opinioni differenti è normale e utile. La diversità di idee, di giudizi sul modo di considerare la vita o gli avvenimenti non deve suscitare contrasti personali o creare situazioni difficili con un voluto proposito di imporsi. In tali casi ognuno in un clima di vero dialogo deve saper rivedere e forse anche abbandonare le proprie prese di posizione.
11. Se l’amore per la vita comune non sempre fa evitare screzi spiacevoli tra confratelli, tuttavia è in esso che dobbiamo trovare la forza e l’umiltà per una rapida e sincera riconciliazione.
Cfr. RSA, 5.
12. E’ compito del Superiore locale o dell’Animatore regionale aiutare a ricomporre e a far rivivere la carità fraterna, al di là delle legittime divergenze d’opinione, dove alcuni conflitti non sono stati superati tramite l’amicizia o i reciproci chiarimenti..
13. Possiamo manifestare in modo delicato il nostro affetto fraterno verso tutti - Superiori compresi - in tante circostanze: in occasione di onomastici o compleanni, anche con qualche piccolo regalo; attraverso l’invio di una cartolina o lettera durante viaggi all’estero o durante una prolungata assenza dalla comunità Impariamo a saper elogiare e complimentare i confratelli nei loro successi, ad essere loro vicini o presenti nei momenti di sofferenza e di dolore causati da lutti o da malattie -ecc-.
14. Talvolta il mutuo amore ci obbliga a vigilare sui nostri fratelli ma sempre con discrezione e rispetto, al di là di ogni pettegolezzo o critica malevola. Le osservazioni saranno recepite nello spirito e secondo il modo con cui sono state fatte. Cfr. RSA, III, 6‑8
15. Nuocciono in modo del tutto particolare alla vita comune:
— le calunnie , il disprezzo dei confratelli, le critiche, riferimenti spesso nocivi ,
— allusioni pungenti a riguardo della lingua, della storia, delle istituzioni e delle usanze di altri paesi.
16. Con gioia manifesteremo la nostra fraterna sollecitudine verso i confratelli di altre comunità e verso i confratelli lontani attraverso corrispondenza, visite, aiuti pastorali quando le circostanze lo permettono o quando le situazioni lo richiedono (per es. sostituzioni nel periodo di vacanza, o in caso di malattia, ecc.).
17. Il nostro “ Bulletin CRIC “ è un mezzo necessario e importante che favorisce la vita fraterna. Leggiamolo volentieri e a volte anche comunitariamente.- Conserviamolo e facciamolo conoscere anche ad altri. Tutti dobbiamo collaborare inviando articoli e notizie varie e in ogni regione vi sia un suo speciale corrispondente. Sia inviato a tutti i membri dell’Istituto. e nella biblioteca della comunità sia conservata una raccolta completa preferibilmente rilegata. Sarà compito di ogni economo contribuire alle spese del “ Bulletin CRIC “ inviando al responsabile quanto viene stabilito per l’abbonamento.
18. Un elemento efficace della vita comune è l’incontro di tutti i membri della comunità ( Capitolo ) per condividere insieme tutto ciò che riguarda la nostra vita fraterna e il nostro impegno apostolico. Un tale incontro, che può iniziare con la lettura della Parola di Dio o di un brano tolto dai nostri Libri di vita, può offrire l’occasione per una revisione di vita Cfr. C, 7; D, 187
19. In tali riunioni, almeno una volta al semestre, l’economo locale o regionale avrà premura di presentare ai confratelli, e sollecitare un loro parere a riguardo di preventivi - spesa per progetti o lavori da intraprendere in una comunità locale o regionale. Su questo argomento in particolare e su quanto è stato oggetto di discussione nelle riunioni comunitarie ciascuno è tenuto in coscienza alla dovuta discrezione.
20. Coloro che vivono insieme si sforzeranno di creare in casa un clima familiare ed accogliente. Non cercheranno pretesti per allontanarsene senza motivo o per prolungare indebitamente le assenze. Coloro che non vivono in comunità coglieranno ogni occasione per ritornarvi .
3. Il lavoro ed il silenzio
21. Il lavoro intellettuale realizzato individualmente o comunitariamente presenta un altro aspetto della vita fraterna.
In questo campo ognuno cercherà di essere di aiuto ai confratelli in modo particolare nei confronti di coloro che hanno poco tempo a disposizione o verso coloro che trovano difficoltà nello studio. E’ possibile e è da incoraggiare il comunicarsi quanto si apprende attraverso la lettura, il prestare appunti personali, fare insieme ricerche di studio evitando però qualsiasi costrizione.
22. Nell’uso degli strumenti di lavoro ( libri - giornali - riviste - utensili - macchine ) che sono a disposizione di tutti, ognuno abbia a cuore la loro conservazione, la loro manutenzione e la loro riparazione in tempo ragionevole evitando così che altri perdano tempo per compiere le loro attività.
23. Sentiamo la necessità del silenzio come segno di carità e come esigenza di raccoglimento. Ciascuno rispetti con il proprio silenzio la preghiera, il lavoro e il riposo dei confratelli. Evitiamo conversazioni a voce alta, i rumori con le porte e l’ascolto a volume troppo alto della radio, televisione, ecc.
4. I pasti
24. Il pasto in comune è un altro segno della nostra vita di condivisione e di intimità . La premurosa attenzione agli altri, la partecipazione alla conversazione, la gioia e la semplicità ci faranno gustare e realizzare «quanto sia buono che i fratelli vivano insieme » (Ps 132).
Salvo eccezioni comprensibili teniamo a prendere i pasti con i confratelli.
E’ opportuno che i Direttori particolari suggeriscano una raccolta di preghiere per prima e dopo i pasti. In alcune comunità sarà possibile prima o dopo i pasti, la recita dell’ora media o di compieta, in altre avrà luogo la lettura di qualche passo della Bibbia o di qualche libro di spiritualità. Cfr. RSA, II, 4
5. Ricreazioni e momenti distensivi
25. La distensione quotidiana , pur non obbligatoria, è un elemento di rilievo per la vita comune. Ognuno si faccia carico di apportarvi il buon umore, l’allegria con una conversazione serena o conil canto ecc.
26. In ogni comunità vi sia la possibilità di trascorrere insieme momenti ricreativi più o meno lunghi.
27. Gli stessi mass‑media (stampa, cinema, radio, televisione),oltre a essere mezzi di informazione, possono essere anche strumenti legittimi di distensione . Talvolta nell’uso di questi mezzi la carità e il bene comune esigerà di saper sacrificare alcune nostre preferenze personali.
Durante i pasti evitiamo per quanto è possibile di ascoltare trasmissioni radiofoniche o televisive.
28. Quando usciamo di casa, abbiamo la gentilezza di mettere al corrente i nostri confratelli sia riguardo al luogo sia riguardo alle persone della nostra destinazione. Questo permetterà loro di reperirci in caso di urgenza e di farli partecipi delle nostre amicizie e delle nostre conoscenze.
Ciò vale sia per i Superiori o responsabili come per ogni componente della comunità. E’ evidente che certe attività di carattere apostolico o amministrativo richiedono una necessaria discrezione.
29. Il Superiore della comunità locale si prenderà cura che ogni religioso possa godere di un adeguato periodo di vacanza in modo tale che l’assenza di qualcuno non aggravi troppo il lavoro degli altri.
Le vacanze trascorse in una delle nostre comunità offrono l’opportunità di rinsaldare i vincoli di fraternità, se trascorse in famiglia siano il segno del nostro affetto e del nostro amore sincero. E’ bene che anche durante le vacanze si mantengano i contatti con la propria comunità locale.
6. La cura dei malati e degli anziani
30. I nostri malati ci stiano veramente a cuore e facciamoci carico delle loro sofferenze e delle loro necessità. In ogni casa vi sia qualcuno che si occupi degli ammalati con premurosa carità e, per quanto possibile, con una certa competenza infermieristica.
Non dimentichiamo di visitare con frequenza i nostri ammalati assistiti in altri luoghi di degenza.
Le assicurazioni contro la malattia o per le cure ospedaliere vigenti nei rispettivi paesi eviteranno agli ammalati l’angoscia di essere a carico della comunità.
31. Circondiamo di affetto e di attenzione i nostri confratelli anziani. Abbiano la possibilità di conversare con noi, di passeggiare e di incontrarsi con i loro parenti e amici, ecc. Visitiamo volentieri quei confratelli anziani che sono ricoverati in particolari case di cura. Siamo premurosi che essi abbiano tutto il necessario e quando il loro stato di salute lo permette invitiamoli a ritornare tra noi specialmente in occasione di feste comunitarie, di anniversari e di ricorrenze particolari.
7. Il ricordo dei nostri defunti
32. Manifestiamo la nostra carità e riconoscenza verso i nostri defunti (confratelli, parenti, amici e benefattori) con celebrazioni e preghiere:
a) In ogni comunità si faccia la commemorazione annuale dei nostri defunti;
b) In ogni comunità sia celebrata una santa messa mensile;
c) In ogni comunità vi sia la recita quotidiana del “De profundis” e di una orazione al momento più opportuno;
d) Nella ricorrenza dell’anniversario della morte del nostro Fondatore (23 febbraio 1917) sia celebrata una S. Messa o una liturgia della Parola;
e) Nel giorno dell’anniversario della morte di ogni confratello o di un insigne benefattore si faccia un loro ricordo nominale durante la liturgia delle Ore.
33. Al decesso di un confratello, ogni sacerdote dell’istituto celebri una S. Messa, e ogni religioso non sacerdote partecipi ad una S. Messa a suo suffragio. Nella comunità locale del defunto saranno celebrate trenta messe.
Per i confratelli defunti della Confederazione canonicale gli statuti prescrivono:
a) una S. Messa annuale da celebrare durante l’ottava della festa di Tutti i Santi Canonici Regolari (8 novembre);
b) Una celebrazione solenne per la morte dell’Abate Primate o dell’ex-Abate Primate
c) La recita comune del De Profundis e di una orazione dopo la comunicazione di un decesso..
34. Tenendo presente le usanze delle famiglie cristiane e l’esortazione di Sant’Agostino abbiamo il massimo rispetto e cura delle tombe dei nostri confratelli sulle quali desideriamo andare volentieri a pregare. Cfr. sant’Agostino, De cura pro mortuis gerenda, 4, 5, 6, 22
35. Non si devono accettare legati o pie fondazioni perpetue a carico dell’Istituto.
8. Diario e schedario
36. Si consiglia che ogni comunità abbia un diario in cui sono annotati avvenimenti principali con notizie relative alla fondazione, agli arrivi e partenze, professioni, ordinazioni, nomine incarichi, ricoveri, visite di vescovi o di altre personalità, visite canoniche, ecc. Tale diario all’inizio di ogni anno contenga la lista dei religiosi presenti in comunità e sia redatto in modo tale da poter essere consultato da tutti i confratelli.
37. Nella casa generalizia e quando è possibile anche nelle comunità locali o regionali venga custodito uno schedario con i dati anagrafici di ogni religioso (nascita - professione - ordinazione - incarichi particolari ecc.)
9. Relazioni esterne
38. Ogni comunità locale e ogni singolo religioso dovrà trovare nuove forme di « comunione » con altri religiosi presenti in parrocchia, in vicaria, nel settore e nella diocesi. Ognuno cercherà di portare una collaborazione fraterna e per quanto è possibile accettare volentieri anche alcune responsabilità negli organismi pastorali.
39. Avremo rapporti di vera comunione e di sincera collaborazione in modo particolare con i membri e le comunità della Confederazione dei Canonici Regolari di S. Agostino e con tutto l’Ordine canonicale comprese le Canonichesse Cfr. DVC, 18
40. Manterremo atteggiamenti di amicizia e di mutua collaborazione anche con i sacerdoti del clero diocesano invitandoli con gioia nelle nostre comunità e assicurando un reciproco aiuto pastorale.
Parteciperemo volentieri agli incontri di carattere pastorale, spirituale, culturale organizzati dai responsabili della diocesi. Per quanto è possibile parteciperemo anche agli esercizi spirituali per il clero diocesano.
41. Avremo rapporti privilegiati di affetto e di riconoscenza con i nostri familiari attraverso una regolare corrispondenza e, quando è possibile e con il dovuto permesso, attraverso visite. I superiori accordino il permesso specialmente in momenti particolari come nei casi di malattia, di solitudine, di vecchiaia, di lutto o di avvenimenti straordinari.
Il nostro Bullettin C.R.I.C. sarà gradito anche dai nostri familiari.
42. Eviteremo di divulgare fuori dall’Istituto notizie, lamentele, pettegolezzi e tutto ciò che possa nuocere ad un confratello.
43. La carità fraterna esige la gentilezza nel comportamento, la delicatezza nel linguaggio, la buona educazione in tutto evitando ciò che può offendere o mettere a disagio i confratelli. Cfr. Rm 14, 13; 12, 10; 1 Co 8, 9
III. I CONSIGLI EVANGELICI
44. La pratica dei voti religiosi ci introduce gradualmente nel cammino della santità a condizione che li viviamo non tanto secondo la lettera quanto piuttosto secondo lo spirito.
45. La virtù dell’obbedienza, della povertà e della castità oltrepassa la pura pratica dei voti in se stessi ne influisce direttamente o indirettamente su tutto ciò che riguarda la nostra vita.
46. Le Costituzioni sono un invito costante alla perfezione e ci sono di aiuto nella generosa ricerca della santità. Esse ci impegnano a vivere nella nostra famiglia canonicale in una perfetta lealtà e al servizio di Dio.
IV. LA CASTITÀ
47. Con il comportamento e l’insegnamento daremo una gioiosa testimonianza del nostro stato di vita nel celibato consacrato liberamente scelto.
48. Il nostro ministero ci richiede di avere una profonda informazione e serena formazione riguardo alla sessualità in modo da poterne parlare all’occasione senza disagio e falso pudore con uomini, donne e ragazzi. Il rispetto di ogni valore umano, e la stima del celibato e del matrimonio ci saranno di aiuto per conservarci puri in ogni nostra relazione con gli altri richiesta dall’apostolato.
49. Eviteremo una riservatezza esagerata che potrebbe stupire quanti si accostano a noi con tanta semplicità come eviteremo una certa confidenza e libertà di comportamento e di atteggiamenti non edificanti così da perdere la stima degli altri.
50. Il nostro linguaggio sia pulito ed educato. Dobbiamo assolutamente bandire dalle nostre conversazioni ogni volgarità e a maggior ragione l’oscenità che S. Paolo proibiva ai Cristiani di Efeso (5,4) e di Colossi (3,8) provenienti dal paganesimo. Questo perché non venga screditato il nostro Ministero. (2 Cor. 6,3)
51. Il celibato esige un clima di vera amicizia e di familiarità. Richiede un ambiente dove si vive volentieri nella sincerità e fraternità. La vita comune permette di « sostenerci gli uni e gli altri » e la carità, la stima, l’amicizia ci aiutano a superare molte difficoltà e debolezze. Saremo vicini soprattutto a quei confratelli in difficoltà. Con la professione abbiamo preso l’impegno di amarci e di aiutarci. Ciò costituisce uno degli aspetti essenziali della vita comunitaria. Cfr. C, 10.
52. Nella formazione soprattutto dei giovani religiosi si tenga in grande considerazione ciò che la « Ratio » sottolinea per la formazione dei giovani chiamati al sacerdozio (n. 48):
a) prima della professione, siano aiutati a raggiungere, in una piena libertà psicologica, una adeguata maturità affettiva:
— educazione ad un amore casto verso le persone piuttosto che ad una ossessione di evitare certi peccati;
— apertura serena nei rapporti con le tutte le persone che incontriamo nel nostro ministero sacerdotale;
— esercizio della mortificazione e controllo dei sensi;
— uso dei mezzi che favoriscano la salute del corpo e dello spirito.
Cfr. si tengano presenti gli eccellenti suggerimenti dati dal Padre Mourey, « Manual pratique de la vie sacerdotale et religieuse » pag. 94‑95, sulla “resistenza fisica” — « ciò che costituisce il contrario della negligenza e dell’indolenza », sul lavoro intellettuale e materiale — « i pigri e i sognatori sono molto esposti alla tentazione » —, sulla distrazione...
b) venga loro insegnato per tutta la loro vita che il celibato consacrato non può essere salvaguardato senza una intensa preghiera, senza l’unione con Cristo e senza una sincera carità fraterna.
53. Se è vero che « tutto è puro per chi è puro » non si dimentichi che esiste anche un peccato di presunzione... e che le parole « saggezza » e « prudenza » hanno la loro importanza. Se siamo nel mondo e per il mondo, non siamo e non dobbiamo essere « di questo mondo » (Gv 17, 16). Pur non trattandosi di cose vietate, non è necessario fare tutte le esperienze.
Cfr. 1 Co 10, 23‑30: « Tutto è lecito », ma non tutto è utile. « Tutto è lecito » ma non tutto edifica. Ognuno si preoccupi di avere una propria regola di vita « che ciascuno esamini se stesso » (1 Co 11, 28); Rm 14, 20‑23: « Tutto è mondo, d’accordo; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo... tutto quello che non viene dalla fede è peccato ».(Rom 14,20-23)
Occorre essere moderati nell’assistere a spettacoli e nell’usare mezzi di comunicazione sociale (radio, giornali, televisione) che introducono anche nelle nostre case immagini e suggestioni poco edificanti e pericolose non solo per i giovani.
V. LA POVERTÀ
54. La virtù della povertà, una povertà di fatto e non solo di spirito, è richiesta ad ogni cristiano, a ogni sacerdote e seminarista e a maggior ragione a noi che ci siamo impegnati in uno stato di perfezione, ma il nostro voto di « povertà » ha inoltre come caratteristica propria « il mettere tutto in comune ». Cfr. RF, 50; c, 22.
55. a) Le nostre persone e le nostre comunità devono testimoniare nella vita interiore e nel comportamento esterno il solo necessario imitando la povertà di nostro Signore e degli Apostoli, tanto più che noi ci facciamo riferimento alla « Vita Apostolica ». Cfr. Atti 4, 32‑36; 3, 44‑46; C, 21; D. 65.
b) Per meglio vivere questa povertà dobbiamo rileggere spesso e meditare volentieri i testi degli Atti del Vangelo che invitano ad una povertà « effettiva », al distacco dai beni di questo mondo, alla fiducia nella Provvidenza, al mettere tutto in comune (per esempio: Mt. 10; Lc. 10,12).
I discorsi 355 e 356 di Sant’Agostino siano per noi un continuo richiamo verso tale ideale.
56. Il nostro stile di vita (abitazione, abbigliamento, vitto) sarà conforme a quello di persone di modesta condizione e conforme al livello di vita proprio di ciascuna nazione.
Questo ci impegna:
— a una discrezione nelle spese per lo svago o per gusti personali;
— a non sprecare nulla di ciò che può essere utile;
— ad accontentarci di ciò che è funzionale senza la ricerca del lusso o dello straordinario. Lo spirito « borghese » minaccia e può affascinare anche la vita religiosa.
57. Il lavoro è un modo privilegiato per vivere la povertà effettiva. Cfr. C, 26.
Ci dedicheremo soprattutto a quel lavoro - intellettuale e non - richiesto dal nostro dovere di stato mettendovi tutto il nostro impegno specialmente se tale lavoro spesso umile non è retribuito. (per es. tenere in ordine le nostre stanze, il servizio alla mensa, la manutenzione ordinaria della casa, della chiesa, ecc.) L’eccessiva preoccupazione del lavoro manuale però non ci deve distogliere dal dovere dello studio e della lettura.
58. In accordo con l’Animatore regionale ed il superiore locale e tenendo presente le sue attitudini e le consuetudini locali un religioso può prendere in considerazione la possibilità di un lavoro professionale, a tempo pieno o parziale. Ma il nostro primo lavoro è e resterà sempre per il ministero pastorale che molto spesso esige e assorbisce tutte le nostre forze.
59. Si acquisti in modo debito il materiale di comune necessità messo sotto la diretta responsabilità di un religioso ma tutti hanno il dovere di assicurarne la funzionalità e il buon mantenimento. Questo concerne tutto ciò che la comunità mette a disposizione di ciascuno. « Perciò quanto avrete cura più delle cose comuni che delle proprie, tanto più potrete prendere atto del vostro progresso spirituale ». RSA, IV, 4
60. La povertà richiede anche una sincera dipendenza dai Superiori e ciò non per tenerci nell’infantilismo o per privarci di ogni responsabilità, ma per evitare la tentazione di appropriarci di beni a cui abbiamo rinunciato.
Questa dipendenza si esprime:
— nel domandare il permesso per compiere spese straordinarie.
— nel tenere la contabilità personale in modo regolare e preciso e nel presentarla periodicamente ai responsabili; Cfr. D, 179, 180 a.
— nel chiedere il permesso sia per ricevere che per fare regali...
61. Noi educheremo i giovani allo spirito di povertà aiutandoli a scoprire il valore della povertà evangelica specialmente con il nostro esempio ma anche esortandoli concretamente a non essere esigenti, a sapersi accontentare di ciò che abbiamo, a sapersi privare, rinunciare in certe occasioni a cose utili o comode ecc. Ognuno accetterà volentieri che un suo confratello abbia bisogno di beni materiali o spirituali differenti dai suoi e nessuno si debba sentire offeso per tale diversità. « Non tutti devono pretendere ciò che ad alcuni viene concesso non per distinguerli con qualche particolare onore ma per comprensione e pazienza...» (RSA, II, 6 ).
Cf. 1 Co 7, 7: « Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo chi in un altro », ma tutti sono chiamati ad « aspirare a carismi più grandi », la vera carità. Cfr: 1 Co, 12, 31.
62. La giustizia sociale impone di:
— dare un giusto salario ai nostri dipendenti;
— adeguarci alla legislazione sociale per quanto concerne le assicurazioni, le pensioni ecc.
— saldare i debiti senza ritardi ingiustificati
— pagare le tasse.
Si accetterà il contributo - pensioni di cui anche il religioso ha diritto.
63. Ogni comunità programmi forme adeguate di aiuto, sia in denaro o in natura, per persone o gruppi bisognosi. Le decisioni importanti in questo campo dovranno essere prese però comunitariamente « servatis servandis ». È evidente che i nostri parenti bisognosi siano i primi ad usufruire dell’aiuto dell’Istituto.
64. I superiori siano prudenti nell’accettare un lascito patrimoniale presente o futuro da parte di un religioso a favore dell’Istituto.
65. Nota allegata sulla « vita apostolica »
Sembra che solo lungo il corso del XIII secolo le parole « apostolica », « vita apostolica » ecc. abbiano assunto il significato corrente: è « apostolico » tutto ciò che è esercizio di zelo, di evangelizzazione in conformità alla vita peregrinante degli Apostoli (CFR. Ordini Mendicanti) e in virtù di un mandato.
Evidentemente esistono molti modi di imitare gli Apostoli sia nelle loro virtù che nel loro stile di vita, come vi sono molti modi per seguire l’ideale dei predicatori del Vangelo come è descritto con tanti particolari, in Matteo 10 e paralleli.
Se fin dall’origine la « vita » o « conversatio apostolica » si è imposta quale modello di vita perfetta ci si è riferiti soprattutto ad Atti 3, 44‑46 e 4, 32‑36. Nella « vita apostolica » una innumerevole schiera di monaci e una schiera meno appariscente di Canonici ha visto:
— la rinuncia ai propri beni,
— la messa in comune totale,
Tale è anche il modo di esprimersi dei Concili del periodo gregoriano (1049 ecc.).
Le nostre costituzioni si riallacciano a questa interpretazione e usano l’espressione « vita apostolica » nel suo primo significato tecnico. Con ciò non si vuole per nulla misconoscere gli altri usi e significati che l’espressione col tempo ha assunto. Questo viene detto senza alcuna pretesa di monopolio, ma solamente per precisare meglio il senso delle parole usate.
VI. L’OBBEDIENZA
66. Per creare un clima favorevole alla vita di obbedienza è necessario stabilire relazioni fondate sulla sincerità e sulla lealtà. Tutti devono portare il loro contributo: il Superiore favorendo rapporti in piena serenità, i confratelli corrispondendo volentieri con fiducia e nella carità fraterna.
67. Ogni religioso ha il dovere di informare il Superiore responsabile a riguardo delle proprie attitudini e proprie aspirazioni. Questi, per quanto possibile, le terrà in grande considerazione ricordandosi che l’obbedienza non supplisce alla mancanza di competenza. Imporre a qualcuno ciò che è al di là delle sue capacità equivale a chiedere l’eroismo.
E’ evidente che l’essere Superiore non conferisce una competenza universale.
68. Ciascuno prima di accettare impegni o incarichi supplementari in modo definitivo metta al corrente l’autorità competente e la comunità.
69. Il vero atteggiamento ubbidiente di chi chiede una dispensa o un permesso consiste nell’essere disponibile a ricevere il consenso o il rifiuto. E’ inammissibile ogni forma, diretta o indiretta, di ricatto o di minaccia.
Il ricorso di un religioso al Superiore Maggiore è sempre legittimo, il quale prima di comunicare la propria decisione all’interessato metterà al corrente i Superiori intermedi.
70. Il Superiore che fa conoscere “i motivi” delle proprie decisioni da prova di stima verso i confratelli e rende più spontanea e più completa la loro obbedienza
A volte però non può esigere dal Superiore la comunicazione di certe motivazioni che egli non può divulgare per la salvaguardia del bene comune.
71. Quando sorge un conflitto grave ed apparentemente insolubile tra un religioso ed il suo Superiore, è normale ricorrere ai superiori maggiori sempre però nel rispetto delle persone. A volte si dovrà fare ricorso a soluzioni estreme. Lo si faccia da entrambe le parti nel massimo rispetto e nell’amicizia e mai con durezza e risentimento.
VII. LA VITA DI PREGHIERA
72. a) Ogni nostra attività liturgica che risponda alle esigenze del nostro tempo e che sia fedele allo spirito del nostro Fondatore, si dovrà ispirare alla Costituzione conciliare «Sacrosanctum Concilium» e agli altri documenti del Concilio Vaticano II. Cfr. C, 45.
Sarà nostra preoccupazione seguire le direttive liturgiche della Chiesa.
b) Si faccia il possibile perché ogni atto liturgico, in quanto atto della Chiesa e per la Chiesa, abbia il suo carattere esplicitamente comunitario. I nostri Fratelli coadiutori vi partecipano a pieno diritto.
c) Le celebrazioni liturgiche saranno più degne e fruttuose nella misura in cui vengono da noi preparate con zelo, sia materialmente che spiritualmente.
d) Così anche i fedeli, come i Fratelli coadiutori, parteciperanno in modo degno e attivo alle celebrazioni se avremo a cuore la loro preparazione e la loro formazione liturgica. Cfr. C, 45 b; 46 b.
e) Coloro che sono nell’impossibilità di partecipare alla celebrazione comunitaria vi suppliranno individualmente e faranno presente ai confratelli la motivazione della loro assenza.
f) I religiosi che vivono soli manifestino in certe circostanze o quando è possibile il desiderio di partecipare alla liturgia celebrata dai confratelli.
g) La celebrazione comunitaria della Liturgia si svolga nella calma senza fretta, sia orante, rispettosa, sobria, intercalata da momenti di silenzio con brevi ammonizioni introduttive o conclusive, evitando però inutili appesantimenti o lungaggini.
73. La santa Messa è il centro della vita cristiana, religiosa e liturgica e deve occupare il primo posto nella nostra preghiera quotidiana.
La concelebrazione avrà la nostra preferenza tenendo conto però delle esigenze pastorali e anche di alcune difficoltà personali.Cfr. C, 45; D, 7.
74. a) La celebrazione della Liturgia delle Ore si faccia comunitariamente e per quando è possibile in chiesa con la partecipazione dei fedeli. cfr. C, 46.
b) Secondo la tradizione canonica celebreremo insieme e in abito da coro Lodi al mattino e Vespri nel tardo pomeriggio. È possibile e talvolta desiderabile integrare la liturgia delle “Ore maggiori” con la celebrazione eucaristica.
c) L’Ora Media ordinariamente venga celebrata in comune e senza l’abito di coro, verso la metà della giornata sia al refettorio o nella Cappella della casa.
I Direttori particolari preciseranno alcune direttive secondo le consuetudini locali.
Altrettanto si dica per la preghiera di Compieta.
d) E’ possibile anche per dare un carattere maggiormente comunitario integrare l’Ufficio delle Letture con una delle “Ore Maggiori”.
Inoltre una celebrazione della parola (eucaristica, mariana, penitenziale o altra) può sostituire la celebrazione in comune dell’Ufficio delle Letture.
75. La celebrazione dei sacramenti e le altre funzioni sacre, la nostra predicazione (omiletica, catechetica, ecc.) richiedono lo stesso impegno e premura in quanto fanno parte del nostro ministero liturgico e sono un alimento che rafforza la nostra vita spirituale. Cfr. C, 47.
76. a) La Liturgia è sicuramente la prima sorgente da cui deve scaturire la nostra preghiera “personale” e individuale come vero dialogo tra lo Spirito che parla e l’anima che ascolta.
b) Nella lettura personale abbiano un posto primario la Sacra Scrittura e gli scritti dei Padri della Chiesa quali primi commentatori.
L’amore alla Scrittura porta alla conoscenza di Cristo e rende più viva la liturgia e più efficace la predicazione. cfr. C, 47.
c) Ciò richiede ascolto silenzioso e riflessione come Maria che conservava e meditava nel suo cuore le parole udite sul Figlio suo.
d) Una siffatta preghiera personale reca a noi pace, coraggio, fedeltà alla grazia, disponibilità nel donarci agli altri.
Essa vuole essere anche un aiuto salutare a quei nostri fratelli che spesso distratti o affaticati dalle prove della vita, hanno perso il senso religioso, affinché si risvegli in loro il desiderio, il bisogno del raccoglimento e dell’incontro con Dio.
77. a) È indispensabile per tutti prevedere e consacrare circa un’ora al giorno alla preghiera personale indipendentemente dalla forma (orazione, meditazione, lectio divina, ecc.). Cfr. C, 48 c.
b) È consigliato anche la preghiera in adorazione al Santissimo Sacramento.
c) Le nostre attività non devono per nulla togliere e impedire il tempo necessario alla preghiera personale. Spetta al Superiore fare in modo che ogni membro della comunità e lui stesso non sia sovraccarico di impegni a detrimento della sua vita di orazione.
d) Le prime ore del mattino generalmente favoriscono il raccoglimento perché non siamo ancora assorti dalle altre varie attività.
78. Gli “Esercizi Spirituali” (ritiri - incontri spirituali) sono indispensabili e sono un dovere e un diritto. Il ritiro annuale si protragga almeno per quattro giorni interi e consecutivi. Altre giornate di raccoglimento nel corso dell’anno potranno essere di grande utilità spirituale.
a) E’ bene in alcune circostanze organizzare e partecipare ad Esercizi Spirituali comunitari.
b) Sarà bene prendere parte anche ai ritiri, agli incontri spirituali - pastorali organizzati dalla diocesi.
c) A volte sarà necessario e utile fare un ritiro prolungato, anche di trenta giorni, in una casa organizzata e sotto la guida di specialisti.
d) Le nostre riunioni comunitarie possono essere considerate come incontri mensili.
79. Tutti, in modo particolare i più giovani, devono sentire la necessità di farsi aiutare e farsi consigliare nella vita spirituale, o semplicemente nella vita, da sacerdoti o da laici cristiani animati dallo Spirito di Dio, di profonda esperienza, ma anche aperti e attenti alle attualità della Chiesa e del mondo.
Il desiderio di farsi aiutare, la ricerca di “luce” non deve identificarsi con il sentirsi più sicuri (« l’obbedienza » al direttore) e non necessariamente deve avere un legame con il sacramento della Penitenza. Il direttore può essere anche una persona diversa dal confessore, come invece tante volte può essere la medesima persona.
80. La celebrazione penitenziale comunitaria tra di noi o con i fedeli sarà di grande utilità, come è di giovamento la condivisione e la verifica periodica su alcuni aspetti concreti della nostra vita.
81. Ci accosteremo volentieri al sacramento della Riconciliazione che è dono del Signore per rinnovare ed approfondire la nostra amicizia con Lui e con i nostri fratelli Cfr. C, 56.
Ricevere questo sacramento durante una celebrazione penitenziale comunitaria contribuisce a valorizzarlo e ad amarlo.
82. a) Affidati dal Papa Pio IX alla protezione della Madre di Dio, noi seguiremo con un particolare fedeltà le direttive della Chiesa a riguardo del culto mariano.
Ci stia a cuore la recita quotidiana del Rosario anche se è possibile sostituirlo con altre devozioni più conformi alla propria sensibilità personale.
b) Ogni giorno, dopo la celebrazione di Lodi e Vespri, si veneri la Vergine con una breve preghiera o un canto mariano. cfr. C, 50.
83. Nel rispetto della libertà personale ognuno viva la propria preghiera individuale nel modo che gli è più conforme: rosario, via crucis, pellegrinaggi e altri « esercizi di pietà », ecc..
84. E’ bene fare una preghiera di benedizione e di rendimento di grazie prima e dopo i pasti e aggiungere (per es. dopo il pranzo) una intenzione di preghiera per il Papa e (dopo la cena) una intenzione per il Vescovo diocesano e per i Superiori Maggiori dell’Istituto.
VIII. MORTE E VITA NUOVA IN CRISTO
85. Non essendoci salvezza né santità senza la Croce di Cristo e senza il mistero pasquale che è indissolubilmente morte e risurrezione, la penitenza è un elemento essenziale della nostra vita cristiana e a maggior ragione della vita consacrata.
86. Anzitutto e in modo più autentico vogliamo portare la “croce” derivante dal nostro battesimo: morte e rinuncia al peccato per poter praticare il bene e progredire nella virtù.
87. Con la consacrazione religiosa abbiamo liberamente abbracciato la “croce della vita perfetta” per spogliarci non solo del male ma di tutto ciò che, attorno a noi e in noi, impedisce il raggiungimento della carità di Cristo.
Siamo veramente liberi solo attraverso la croce.
Per vivere sempre meglio i nostri impegni ci vengono richiesti un itinerario penitenziale lungo ed esigente ed una continua partecipazione alla croce di Cristo.
88. La nostra aspirazione alla vita « perfetta » nella vita consacrata ci richiede di avere sempre uno spirito di penitenza anche in quelle piccole cose che non costituiscono l’oggetto specifico dei nostri impegni.
Sapremo configurarci alla rinuncia e alla morte di Cristo sia nei nostri affetti e rapporti umani, sia nell’usare e godere dei beni della terra sia nell’esercizio della nostra libertà personale.
89. La vita comune pienamente accettata e gioiosamente vissuta esige una continua rinuncia (« maxima poenitentia...»)da parte di ciascuno attraverso il dialogo, la reciproca premura, la gioiosa generosità, l’apertura, l’accettazione, il perdono, ecc. Cfr. D, 9‑20.
90. a) Il “lavoro apostolico” al di là delle sue sofferenze e contrarietà e nella misura in cui si desidera programmare e realizzare in comune, richiede una capacità di rinuncia alla quale non vogliamo sottrarci per quanto questo compito sia difficile.
b) Le attività e le preoccupazioni della vita in comune al servizio degli altri, esigono un costante superamento della nostra pigrizia e del nostro egoismo.
91. In virtù del nostro voto di povertà sapremo talvolta privarci volontariamente di ciò che potrebbe apparire gradevole e utile nell’uso della radio, televisione, spettacoli, passeggiate, vacanze ecc.. cfr. D, 27‑29.
92. a) Le “particolari pratiche” di penitenza, personali o comunitarie, non siano troppo numerose e non costituiscano un programma fisso. Esse non vogliono porre limiti alla nostra generosità ma suscitare il nostro impegno a sempre migliorare.
b) Seguiremo con fedeltà ciò che la Chiesa universale e locale impone e suggerisce.
c) Sottolineeremo con un esercizio penitenziale particolare (per es. digiuno, astinenza, preghiera, ecc.):
— i venerdì dell’anno (eccetto nel Tempo Pasquale)
— i mercoledì di Quaresima
— i giorni della Settimana Santa, tenendo conto del clima di festa del pranzo del Giovedì Santo
— la vigilia dell’Immacolata Concezione
— la vigilia della festa di Santa Monica (26 agosto), antivigilia di Sant’Agostino.
Spetta al superiore locale segnalare questi giorni all’attenzione dei suoi confratelli.
d) Ci assoceremo volentieri, comunitariamente o individualmente, alle varie iniziative caritative.
e) È consigliabile che ogni comunità scelga una pratica penitenziale collettiva che può variare nel corso dell’anno. Tale forma di penitenza comunitaria è fortemente raccomandata e del tutto conforme all’apostolato moderno.
93. Non dimentichiamo che il mondo attende da noi una testimonianza di vita e non di morte; la nostra penitenza non dovrà spegnere la gioia e la luce che il mistero pasquale suscita e fa brillare nella nostra vita. Cfr. Mt 6, 16‑18.
IX. IL MINISTERO
1. Comunità Religiosa e Pastorale
94. a) Pur non essendo tutti impegnati a tempo pieno e integralmente nel “lavoro pastorale”, il nostro Istituto, all’interno della famiglia canonicale, si dedica essenzialmente al servizio delle comunità ecclesiali del popolo di Dio in comunione con il clero diocesano e con le rispettive responsabilità. Cfr. C, 60‑61; 66.
Questo non richiede solo una nostra semplice adesione interiore ma deve orientare profondamente il nostro modo di vivere e di pensare, la nostra specifica preparazione e il contenuto del nostro sacerdozio. Cfr. DVC, 19‑20; 25.
b) I religiosi che si dedicano alla educazione dei ragazzi e dei giovani nelle nostri case di formazione compiono una autentica e specifica attività pastorale. I Direttori particolari ne preciseranno le finalità e i programmi.
95. Nessuno ignora che è talvolta molto difficile realizzare insieme la vita comunitaria autentica e l’attività pastorale. E’ necessario affrontare queste difficoltà con spirito di sacrificio e con sempre nuova generosità.
96. La nostra vita religiosa che ci destina ad essere testimoni dei consigli evangelici in mezzo al popolo cristiano e in modo particolare in mezzo al clero, riceve dall’impegno pastorale uno stimolo continuo per salvaguardare il suo profondo significato e per mantenerne e accrescerne la ricchezza e il fervore. Cfr. C, 65; Gv 20‑21.
a) L’essere in contatto con il popolo cristiano in molte circostanze ci è di grande giovamento: l’azione della grazia e dello Spirito Santo nel cuore dei più umili ci sconvolge.
b) La presenza del male che deturpa il mondo e lo porta alla perdizione deve far rivivere in noi l’angoscia del Signore (« Ho pietà di questa folla », Mc 6, 34), e la sua infinita misericordia e deve maggiormente spingerci ad offrire la nostra vita per la salvezza di molti.
c) Le attese degli uomini , i loro appelli e necessità sono un invito costante ad essere santi ed a perfezionare sempre più la nostra preparazione e la nostra competenza a riguardo dei loro problemi.
97. D’altra parte anche l’attività pastorale riceve dalla nostra vita religiosa vissuta nell’autenticità molti benefici:
a) Noi come persone consacrate ci presentiamo alle Comunità cristiane non tanto come una “équipe” spinta dalla voglia del “fare” ma come “comunità sacerdotale” che vive, prega e lavora in comunione allo scopo di essere per ogni cristiano vero fermento di vita fraterna e uno stimolo alla santità. Cfr. LG, 44.
b) Da questo ne deriva che tutta l’attività pastorale deve essere svolta da una comunità che insieme progetta, elabora e realizza.
c) Le esigenze della vita comune e la sua pratica quotidiana abituano al dialogo e all’attenzione verso gli altri, attitudini indispensabili nelle relazioni pastorali. Il modo di organizzarsi nella vita comune e la condivisione dei beni materiali favoriscono la disponibilità.
d) Altro vantaggio è la possibilità di garantire una maggiore continuità nell’azione pastorale malgrado gli inevitabili cambiamenti dei sacerdoti nel corso degli anni.
e) Nella vita pastorale spesso contrassegnata da insuccessi ci è di grande aiuto la delicata presenza di confratelli collaboratori che in momenti di incertezza ci illuminano, ci incoraggiano e ci stimolano a riprendere il cammino in spirito di fede.
98. Possediamo inoltre una inestimabile eredità. Dobbiamo prendere coscienza ed essere più convinti del contributo che la vita canonicale potrebbe offrire alla Chiesa per la sua missione apostolica nel mondo. In questi tempi di interrogativi e di ricerca nella Chiesa, la vita canonicale potrebbe, ci sembra, proporre come soluzione possibile una delle sue più venerande tradizioni, quella di conciliare la vita comune e il ministero pastorale dei sacerdoti.
2. La Nostra Prospettiva Pastorale
99. Fedeli alla tradizione canonicale e a Dom Gréa, daremo una priorità alla pastorale liturgica.
a) Ciò implica:
1) la cura dei luogo di culto e di tutto l’arredamento liturgico;
2) la preparazione premurosa alle celebrazioni (testi, ministri, cerimoniale);
3) La partecipazione attiva e responsabile dei laici alle celebrazioni liturgiche: messa, sacramenti, ufficio (ammonizioni, canto, ecc.);
4) L’assimilazione dei testi da parte nostra e dei fedeli (studio dei nuovi formulari, catechesi dei testi in vari modi possibili, ...);
5) La sollecitudine di approfittare di tutte le occasioni pastorali (incontri personali, riunioni di apostolato, gruppi giovanili, ecc.) per far comprendere ai nostri fedeli come la liturgia è « la sorgente prima ed indispensabile del vero spirito cristiano » (Pio X, Motu proprio « Tra le sollecitudini »).
b) Sarà nostro impegno studiare seriamente i documenti della riforma liturgica (Costituzione conciliare, Istruzioni, Praenotanda dei nuovi libri liturgici, disposizioni delle Conferenze episcopali e dei Vescovi diocesani) e all’occorrenza prestare aiuto ai nostri fratelli nel sacerdozio (confratelli,collaboratori, organismi diocesani o nazionali). Cfr. DVC, 23‑24.
100. Avremo cura di alimentare di “spirito liturgico” le devozioni personali o comunitarie e la preghiera dei fedeli per mezzo di una catechesi adeguata nel rispetto dei tempi e dei luoghi:
a) invitando i laici alla celebrazione dell’Ufficio Divino in quanto preghiera di tutto il popolo cristiano;
b) Rinnovando e arricchendo le tradizionali pratiche di pietà, come il rosario, la via crucis, le novene, le veglie funebri sotto forma di celebrazione della Parola;
c) Conservando tra le benedizioni popolari e gli altri sacramentali, quelli che meglio si adattano allo spirito liturgico anche con eventuali e necessarie modifiche (per esempio, benedizione delle famiglie nel tempo pasquale, visita agli ammalati).
101. In questi tentativi di rinnovare la pastorale liturgica tendiamo sempre ad armonizzare l’evangelizzazione con la sacramentalizzazione:
a) l’evangelizzazione precede la sacramentalizzazione. L’annuncio del messaggio cristiano deve sfociare nella celebrazione sacramentale in cui si esprime in maniera viva e concreta l’unione fraterna di tutti coloro che professano l’unica fede in Cristo;
b) il compito di evangelizzare non si esaurisce: i cristiani che partecipano alle nostre celebrazioni devono nutrire costantemente la loro fede. Il rinnovamento della liturgia (es. abbondanza e qualità dei testi biblici, la possibilità di scelta delle varie preghiere...) offre una fonte viva per la crescita spirituale.
102. Alla nostra pastorale liturgica deve accompagnarsi una ampia pastorale missionaria.
Vi sia innanzitutto una pastorale verso i non credenti. Continuiamo ad annunciare la Buona Novella a coloro che l’hanno già ricevuta e accolta ma non dimentichiamo che esiste una moltitudine di persone che la ignorano o la combattono.
Fare giungere il messaggio cristiano, scoprire continuamente attraverso quali vie possa passare la Parola per disporre gli spiriti e i cuori ad accogliere la fede deve essere una nostra preoccupazione e un continuo impegno di riflessione, di ricerca, di coraggioso lavoro e di ardente amore. Cfr. C, 63; 2 Tm 4, 2.
103. In alcuni paesi o regioni è necessaria una pastorale ecumenica nei confronti dei nostri fratelli separati per poter realizzare la preghiera e il desiderio salvifico del Signore “Che siano una cosa sola”.
104. Sappiamo che la pastorale va oltre il campo « classico » del suo operare e che vi è una pastorale, per nulla trascurabile, fatta di contatti e di incontri e una pastorale specifica per i diversi stati di vita, legata alle situazioni concrete dell’esistenza umana (pastorale dei ragazzi degli adolescenti, dei giovani, delle famiglie, dei divorziati, degli anziani, dei malati, delle persone consacrate, ecc.).
3. Pastorale di « Comunione »
105. La missione pastorale della chiesa è la continuazione dell’opera di Cristo, unico Sacerdote e Pastore.
Tutta la Chiesa è sacerdotale e ciascuno dei suoi membri è partecipe della sua missione pastorale secondo il suo specifico stato e nella misura della grazia ricevuta.
In quanto sacerdoti della Chiesa non possiamo dimenticare questa verità e dobbiamo impegnarci perché la nostra pastorale sia una pastorale di “comunione” ed “ecclesiale” sempre aperta ad ulteriore e necessario rinnovamento.
106. I fedeli laici, i Fratelli coadiutori, le persone consacrate collaboreranno a pieno titolo alle nostre attività sia nell’elaborazione sia nella realizzazione dei progetti pastorali.
Ci serviremo innanzitutto dei mezzi già proposti come: il Consiglio Pastorale Parrocchiale, il “gruppo” dei genitori per l’istruzione e la formazione cristiana dei loro figli, il “gruppo” liturgico per le celebrazioni, il consiglio parrocchiale per gli affari economici ecc.
107. Lavoreremo in stretta comunione con gli altri sacerdoti diocesani o religiosi preposti come noi alla guida del popolo di Dio e in modo particolare con i confratelli dell’Ordine canonicale. Cfr. C, 62.
108. Le nostre comunità cristiane sapranno a loro volta e dietro il nostro esempio e incoraggiamento essere in comunione e in collaborazione soprattutto con le altre comunità parrocchiali vicine. Saremo così capaci di inserire la nostra particolare attività pastorale in una pastorale “d’insieme” e in perfetta comunione con il Vescovo, padre della Chiesa locale.
109. Noi insieme ai nostri fedeli sapremo andare anche oltre i confini territoriali della Chiesa locale per essere in comunione con le altre Chiese del territorio e con la Chiesa universale condividendo i loro problemi, le loro necessità, le gioie e le sofferenze .
4. Preparazione Pastorale
110. Ci auguriamo che queste direttive come tutto il capitolo delle nostre Costituzioni riguardo il ministero, siano oggetto di riflessione e di studio approfondito da parte di coloro che si preparano ad essere pastori. Facciamo il possibile perché i nostri giovani siano formati ad un autentico spirito pastorale avvalendosi anche dell’esperienza dei più anziani. Cfr. C, 67.
111. E’ consigliabile che qualche religioso segua corsi di specializzazione in discipline conformi alle sue attitudini, però prima della specializzazione segua un corso base per avere una visione più ampia del suo lavoro e per essere disponibile ad altre eventuali attività.
L’anno di pastorale dovrà essere programmato nei minimi dettagli perché si possa ottenere un risultato almeno soddisfacente .Cfr. C, 92.
112. Perché le tecniche dell’attività pastorale, come del resto tutte le scienze umane e sociali, sono soggette a continua evoluzione, la nostra pastorale per arrivare agli uomini e comunicare loro il progetto salvifico di Dio si servirà di tutti i mezzi forniti dalla scienza e non si accontenterà né si fermerà su ciò che si è già raggiunto o ottenuto.
X. VOCAZIONI E FORMAZIONE
Pastorale Vocazionale
113. a) Perché un ragazzo possa essere ammesso in una delle nostre scuole Apostoliche si richiede che abbia buone qualità e normali attitudini conformi alla sua età e non escluda formalmente una eventuale chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa. Non si può pretendere che un ragazzo abbia un’idea precisa del sacerdozio e manifesti una esplicita inclinazione alla vita religiosa. Cfr. RF, 4; 13; C, 72 b.
b) Nella scelta e accettazione dei ragazzi si faccia attenzione:
— alle qualità proporzionate alla loro età. Siano dotati di un sincero spirito di pietà, di generosità, di disponibilità, di salute e di intelligenza
— alla vita cristiana della loro famiglia.
Questi sono i requisiti richiesti per l’ammissione in una scuola apostolica, il cui scopo consiste precisamente « nell’aiutare gli adolescenti che sembrano possedere i germi della vocazione a riconoscere più facilmente la loro vocazione e ad essere in grado di corrispondervi » (RF, 11).
114. a) Gli educatori lavoreranno in modo disinteressato, più per il bene della Chiesa e del ragazzo che per il proprio Istituto.
Accettino come normale il fatto che la maggior parte dei ragazzi non perseverino nella via del sacerdozio e della scelta religiosa.
Considerino come dono del Signore la decisione di alcuni ragazzi di consacrasi a Dio nella nostra Congregazione.
b) Si tratta perciò di dare loro:
— una formazione anzitutto cristiana, perché tutti i ragazzi, a prescindere dalla loro scelta futura, crescano vivendo in pienezza la loro consacrazione battesimale;
— una formazione aperta a qualunque servizio nella Chiesa. Vi sia una profonda collaborazione con le famiglie (che conservano ogni diritto sui propri figli), per es., incontri con i genitori, con le parrocchie, con gli organismi diocesani, contatti con gli altri giovani della stessa età, letture appropriate, mass‑media, ecc.;
— una formazione ed educazione affettiva senza tabù, né silenzi ma nella trasparenza e fiducia.
c) Nelle nostre Scuole Apostoliche i ragazzi dovranno fare una prima esperienza di un autentico spirito di famiglia, che li formi alla generosità, all’amicizia, al reciproco interesse, alla condivisione di quanto ricevono e vivono. Questo stile di vita li prepara al loro futuro inserimento nella Comunità e nella società.
115. a) I responsabili della formazione per assolvere questo compito che diventa sempre più difficile dovranno possedere:
— grande apertura di cuore e di intelligenza;
— una autentica capacità professionale e pedagogica di vedute aperte ai problemi moderni e di facile e continuo adattamento.
— un atteggiamento appassionato nel dedicarsi interamente al compito richiesto condividendo la responsabilità con il superiore e con tutta la comunità educatrice attraverso incontri, riunioni frequenti almeno bimensili. Si dovrà collaborare anche con quegli educatori che in seguito continueranno nel compito formativo dei medesimi adolescenti o degli stessi giovani.
b) I nostri alunni o studenti compiano il corso di studi richiesto nella propria nazione e conseguano specifici diplomi come gli altri studenti loro coetanei. Cfr. RF, 16.
Nel caso di classi poco numerose e perciò prive di uno svolgimento sereno e competitivo delle lezioni sarà opportuno inviare gli alunni presso una scuola privata o pubblica. Cfr. RF, 17.
c) E’ evidente che ci si dedicherà in modo speciale alla formazione religiosa dei singoli e del gruppo (contenuti biblici, liturgici , spirituali, contemplativi, ecc.) e alla educazione di ciascuno ad una vita di unione con Dio.
E’ indispensabile stabilire un regolamento che tutti seguiranno « volentieri e gioiosamente » . Cfr. RF, 14‑15.
Postulandato
116. a) Nella ricerca e nell’ammissione dei postulanti, è indispensabile vagliare attentamente non solo le loro attitudini alla pietà, le capacità intellettive, le condizioni di salute, ma anche quelle di ordine psicologico necessarie per vivere in comunità che è uno degli aspetti essenziali della nostra vita religiosa ( vivere in piccole comunità come le nostre è più difficile che vivere nelle grandi).
— grande disponibilità all’amicizia che si manifesta attraverso gesti di reciproca e premurosa attenzione , attraverso la gioia di trovarsi con i confratelli sopportando con pazienza i loro difetti e rallegrandosi delle loro qualità e affermazioni.
— maturità affettiva il cui contrario è l’egoismo, è la mancanza di autocontrollo, è l’intolleranza per bisogni inappagati e spesso impossibili da soddisfare, è il rifiuto nell’accettare responsabilità ed è l’inclinazione all’angoscia. Alcuni che sembrano gioiosi ed espansivi ben presto diventano difficili da sopportare perché in fondo non tollerano se stessi e ancor meno tollerano gli altri
— capacità di dialogo e di riflessione, apertura alla condivisione di aspirazioni e di progetti, partecipazione nei momenti di gioia e di tristezza, capacità di ascolto, di serena accoglienza e di donazione sincera ( l’oblatività è l’opposto della adulazione).
Ci si mostri particolarmente prudenti nei confronti di coloro che provengono da altre Congregazioni religiose e riflettere con saggezza sulle loro motivazioni. Cfr. Can. 645.
b) Un questionario sarà inviato ad ogni eventuale postulante il quale risponderà ad alcuni quesiti essenziali e necessari per l’accettazione:
— generalità personale e familiare
— stato di salute - certificati medici
— studi e diplomi
— attività professionale o altri impegni nell’apostolato o nel sociale
— Istituto, scuole frequentate dal candidato ( con rispettivo indirizzo)
— motivazioni per la scelta alla vita religiosa o al sacerdozio nel nostro Istituto,
— indirizzo di persone che possano fornire informazioni.
Verrà così compilato un dossier da conservarsi negli archivi della casa di formazione. Nessun postulante venga ammesso anche momentaneamente prima di essere in possesso del suo dossier completamente compilato.
117. Il postulandato potrà aver luogo in una casa della comunità a ciò desinata, preferibilmente diversa da quella del noviziato, ma anche « in una casa non appartenente all’Istituto » (RC, 12);
Questa ultima possibilità è particolarmente consigliata per coloro che hanno bisogno di rafforzare la loro maturità umana (Commissione dei Religiosi di Francia...). Cfr. C, 74.
Noviziato
118. Il delicato e difficile compito di preparare i postulanti alla loro futura consacrazione religiosa è affidato al padre maestro dei novizi anche se non in maniera esclusiva (Cfr. C, 81)
«I Superiori e il Maestro dei novizi devono sempre dare prova ai novizi di semplicità evangelica, di amicizia accompagnata da bontà e di rispetto della loro personalità, al fine di creare un clima di fiducia, di docilità e di apertura grazie al quale il Maestro dei novizi sarà in grado di orientare la loro generosità verso il completo dono di se stessi a Dio nella fede e con la parola e con l’esempio farà ad essi scoprire gradualmente, nel mistero di Cristo crocifisso, le esigenze di una autentica obbedienza religiosa ». (RC. 32).
119. « Il noviziato si deve compiere nel periodo di tempo in cui ogni candidato, avendo preso coscienza della chiamata di Dio, è giunto a tale grado di maturità umana e spirituale che gli permetta di rispondere a questa chiamata sufficiente scelta libera e responsabile. Non ci deve invece entrare nella vita religiosa senza che una tale scelta sia stata fatta liberamente, con l’accettazione delle rotture che essa comporta rispetto alle persone e alle cose. Questa prima risoluzione tuttavia non esige necessariamente che il candidato sia in condizione di soddisfare immediatamente tutte le esigenze della vita religiosa e delle opere apostoliche dell’Istituto; egli però deve essere ritenuto capace di giungervi progressivamente. La maggior parte delle difficoltà incontrate ai nostri giorni nella formazione dei novizi derivano appunto dal fatto che questi, al momento della loro ammissione al noviziato, non possedevano la sufficiente maturità necessaria » (RC, 4).
L’età di ammissione al noviziato sarà stabilita caso per caso; solo in via eccezionale vi sarà ammesso qualcuno che non abbia terminato i suoi studi di scuola secondaria o professionale. Potrà a volte essere utile spostare più in là tale limite (per esempio, dopo il servizio militare dove questo sia d’obbligo o dopo il primo ciclo degli studi superiori).
120. Il noviziato non deve essere un periodo di riposo o di interruzione degli studi! Il programma previsto dalle costituzioni è di per se molto vasto e richiede un impegno costante e assiduo.
Durante il noviziato è possibile approfondire con lo studio alcuni argomenti particolari oppure dedicarsi ad alcune attività come la stenodattilografia, la musica, la contabilità. Sarà anche utile e saggio prevedere alcuni “stages” o corsi di aggiornamento.
121. a) Il voto consultativo richiesto ad ogni religioso che dimora nella casa di noviziato per l’ammissione alla professione di un novizio deve essere fatto nella serietà e secondo coscienza. Saranno consultati anche i non professi che abitualmente dimorano nella casa. Cfr. C. 120 b 3.
b) Spetta al Padre Maestro una eventuale decisione di rinvio dei novizi sentito il parere dell’animatore regionale e del Superiore generale.
Studentato
122. L’espressione « secondo noviziato » è stata conservata perché tradizionalmente presente nelle Costituzioni dell’Ordine Canonicale. Cfr 87; come le nostre antiche, 93.
123. È possibile che vi siano più gruppi di studenti tenendo conto dell’età e delle differenti esigenze.
La stretta collaborazione tra i Padri Maestri incaricati dei diversi gruppi assicura un orientamento unitario e comunitario. Cfr. RF, 23.
124. La Casa di formazione sia dotata di una efficiente biblioteca. I libri e le riviste sono strumenti indispensabili per lo studio e quindi non si lesinerà nel procurarli. Cfr. C, 89.
125. « Un prete non può essere un santo se non nutre un grande amore per i suoi libri » (Don Mazzolari).
Lo studio è per gli studenti un « dovere di stato » essenziale e primario; a questo dedicheranno la maggior parte del loro tempo e le loro migliori energie. Non soltanto metteranno il medesimo impegno dei loro coetanei che tanto si sforzano per ottenere diplomi nelle discipline profane, anzi dovranno essere maggiormente coscienti che con lo studio si preparano ad una grande responsabilità. Gli studenti non devono dimenticare che « il dedicarsi alla ricerca diventa qualcosa di insopportabile se il nostro sapere non si trasforma in carità » (Don Mazzolari); inoltre la scienza non è autentica se non si apre all’amore in primo luogo verso i confratelli e che la scienza “di per sè” è sterile.
Gli studenti si prepareranno con grande impegno agli esami, pur ben sapendo che « a volte i primi della classe in seminario o all’università sono dei “falliti” nella vita ».
Colui che non si impegna al massimo allo studio è uno che vive alle spalle dei propri confratelli e che manca gravemente al voto di povertà. Ogni perdita di tempo, salvo il caso di legittimo riposo dopo un grande sforzo, è da considerare una mancanza al dovere del proprio stato.
I Superiori devono favorire il conseguimento di diplomi, spesso molto utili per certi impegni che siamo chiamati a svolgere.
126. A malapena si riesce a concordare il tempo da dedicare ad uno studio serio e alla attività pastorale: spesso, se non abitualmente, si è portati all’applicarsi più alla seconda che al primo.
I Padri Maestri staranno attenti a salvaguardare questo delicato equilibrio, spronando ora uno studente e frenando ora quell’altro. L’ansia di lanciarsi nel Ministero può essere manifestazione di zelo apostolico ma può costituire per lo studente anche un segno di insoddisfazione psicologica, di presunzione, o di pigrizia.
Durante il cammino di formazione al sacerdozio in alcuni paesi vi è l’obbligo di fare “stages”, “tirocini” più o meno prolungati di uno o due anni. Al riguardo noi ci adegueremo, pur senza farci del tutto condizionare, alle norme suggerite dalle Conferenze Episcopali nazionali tenendo già in conto le precise direttive presenti nella Ratio Fondamentalis (RF, 42).
127. I diaconi e i sacerdoti durante il loro anno di pastorale non siano sovraccarichi di impegni da non poter portare a compimento la loro formazione. Di buon grado accettino suggerimenti e consigli dai confratelli più esperti della comunità che li accoglie. Facciano tale esperienza preferibilmente in una delle nostre comunità dove possano vivere pienamente il carisma canonicale. Inoltre abbiano l’opportunità di ritrovarsi periodicamente in una delle nostre comunità dove, sotto la guida di un responsabile, possano mettere in comune le loro varie esperienze e vivere insieme per diversi giorni il nostro stile di vita.
L’espressione « formazione professionale » si riferisce soprattutto ai fratelli Coadiutori ai quali si vuole offrire la possibilità - se ne sono interessati - di prepararsi seriamente ad una professione, ad una attività o un mestiere (in Francia: CAP, FPA, ecc..). Con tale espressione ci si riferisce anche ad una preparazione tecnica, catechetica, pedagogica dei nostri giovani sacerdoti.
128. Saremo fedeli agli incontri periodici, ai corsi di aggiornamento, alle settimane di formazione ecc., organizzate dalle nostre diocesi. Questo non per adattarsi alla moda o seguire degli slogan (sarebbe un peccato!) ma per essere maggiormente in grado di corrispondere adeguatamente alle esigenze del mondo contemporaneo. .
APPENDICE
ALCUNI DOCUMENTI DELLA SANTA SEDE SULLA FORMAZIONE
Vaticano II
Perfectae Caritatis, 28 ottobre 1965
Optatam totius, 28 ottobre 1965
Presbyterorum Ordinis, 7 dicembre 1965
Gravissimum Educationis, 28 ottobre 1965
Principali documenti dopo il Vaticano II
Renovationis Causam (per il noviziato), 7 gennaio 1969
Ratio Fundamentalis, 6 gennaio 1970
Documenti Vari
Sacerdotalis Coelibatus, Encyc. Paolo VI, 24 giugno 1967
La formazione spirituale del candidato al sacerdozio, S. Congr. per gli studi e seminari 1965
Summum Dei Verbum, Lett. Apost. Paolo VI, 4 novembre 1963
Istruzioni sulla scelta e la formazione dei candidati agli stati della perfezione e agli Ordini, S. Congr. Dei Religiosi 1961
Sacerdotii Nostri Primordia, Encicl. Giov. XXIII, 1 agosto 1959
« È una grande gioia... », discorso di Pio XII agli allievi dei piccoli seminari francesi, 5 settembre 1957
Sedes Sapentiae, Const. Apost. Pio XII, 31 maggio 1956
Sacra Virginitas, Encicl. Pio XII, 25 marzo 1954
Menti Nostrae, Esortazioni Apost. Pio XII, 25 settembre 1950
Ad Catholici Sacerdotii, Encicl. Pio XI, 20 dicembre 1935
Harent animo, Esortazioni al clero, Pio X, 4 agosto 1908
N.B. Allegato alla traduzione italiana
Altri documenti:
- Mutuae relationes ..........................................1978
- Dimensione contemplativa della vita religiosa .......................... 1980
_ Religiosi e promozione umana ..................................................... 1980
_ Codice di diritto canonico ............................................................. 1983
_ Elementi essenziali dell’insegnamento della Chiesa sulla vita religiosa ....1983
_ Direttive per la formazione negli istituti religiosi ...................................1990
_ La vita consacrata e la sua
missione nella Chiesa e nel mondo ...........1996
APPENDICE II
ORDO PROFESSIONIS RELIGIOSA
XI. IL GOVERNO
1. Generalità
A. Precisazioni
129. Comunità locale.
Noi chiamiamo comunità locale l’insieme dei religiosi che vivono in una stessa casa o alla quale sono collegati.
130. Il Superiore.
a)Il titolo di « Superiore » non vuole assolutamente indicare una superiorità umana qualsiasi e nemmeno una superiorità spirituale, anche se questa è auspicabile. Designa semplicemente colui che ha ricevuto una responsabilità ed una parte di autorità tra i suoi fratelli.
b)Può, abitualmente essere sostituito da altri titoli, come « Priore », « Responsabile », ecc.ecc, secondo le preferenze, soprattutto secondo le abitudini locali.
131. Collegialità e Sussidiarietà.
a) Anche se le nostre Costituzioni non usano spesso le parole « Collegialità e Sussidiarietà » attraverso le quali il Concilio Vaticano II ha voluto esprimere lo spirito del governo nella Chiesa, esse tendono a incarnarne la realtà.
b) La chiamata alla partecipazione di tutti a ogni grado vuol tener conto della responsabilità che ogni membro ha nella vita, nel cammino e nella perfezione d’insieme.
B. Le elezioni e i voti
I voti in generale
132. Definizione.
Le Costituzioni domandano in alcuni casi il voto dei religiosi, sia per diverse elezioni, sia per le delibere all’interno del consiglio e dei capitoli.
133. Esigenze.
Qualunque sia il voto richiesto non può mai essere presupposto.
134. Senso dei voti.
a) L’esercizio del diritto di voto è per ogni religioso l’occasione di partecipare alla vita dell’Istituto indicando i suoi capi ed i suoi rappresentanti o presentando i suoi orientamenti.
b) Questo gesto suppone una presa di coscienza della responsabilità così assunta, e domanda di essere compiuto con la riflessione voluta, l’eventuale aiuto di chiari consigli illuminanti e il ricorso allo Spirito Santo.
135. Segreto.
Il voto è in principio segreto al fine di proteggere la libertà di ognuno. Nei voti di delibera quando l’unanimità è evidente e sufficientemente esplicita, ci si può accontentare del consenso a voce. Tuttavia ogni membro dell’assemblea conserva la facoltà di domandare il voto segreto.
136. Numero dei votanti.
a) Il quorum richiesto, due terzi degli elettori, si intende delle presenze richieste perchè il voto sia valido e non dei voti espressi, perchè un religioso presente ha sempre la facoltà di astenersi.
b) In caso di voto per corrispondenza una busta vuota equivale ad una presenza, dunque conta per il quorum.
137. Dovere del voto.
Ciascuno si farà un dovere di coscienza di essere presente dove è elettore, pur conservando la piena libertà di scelta (anche voto nullo o bianco).
138. Numero di voti.
a) Il numero di voti richiesti si calcola dal numero dei voti espressi. Un voto nullo o bianco è un voto espresso.
b) Secondo le costituzioni questo numero è proporzionato all’importanza di ciò che è votato, al fine di esigere un largo consenso per ciò che è più importante. Esse prevedono dunque i seguenti casi: i due terzi dei voti, a maggioranza assoluta (metà dei voti + uno), la maggioranza relativa (quando si tratta di elezioni: colui che ha ottenuto più voti),
139. Scheda di voto.
La scheda di voto deve essere riempita correttamente e con precisione seguendo le indicazioni della circolare di annuncio o di convocazione. Se è riempita in maniera errata o riporta qualche aggiunta, fosse anche un segno grafico oltre a quello richiesto, è dichiarata nulla. Nulla ugualmente sarà considerata la scheda bianca, cioè senza risposta. Le schede nulle essendo considerate come dei voti espressi contano nel calcolo della percentuale dei voti
140. Spoglio delle schede.
Lo spoglio deve sempre farsi in presenza di due testimoni che dovranno firmare il resoconto. I votanti hanno il diritto di conoscere il risultato del voto. Questo sarà loro comunicato.
141. Resoconto del voto.
Un resoconto della consultazione deve essere stabilito, relazionando lo svolgimento della stessa in base alle formalità e ai risultati, in seguito essere immediatamente trasmesso, con la documentazione giustificativa, all’autorità superiore quando sarà necessario.
I voti di elezione
142. Annuncio dell’elezione.
a) La circolare che annuncia una elezione deve determinare la o le elezioni da fare, richiamare i testi delle costituzioni e del direttorio a cui si riferisce, stabilire le date, date limite o periodi di esecuzione, dopo le quali nessun voto sarà preso in considerazione.
b) L’incarico di scrivere la circolare tocca al Superiore Generale ed al suo Consiglio, ma raggiungerà gli elettori attraverso la mediazione degli animatori regionali, che potranno aggiungervi se sarà necessario le precisazioni locali.
143. Convocazione all’elezione.
Questa convocazione deve essere inviata dall’animatore regionale che sarà presidente del collegio elettorale, almeno due mesi prima, a tutti coloro che sono elettori o che lo saranno alla data delle elezioni.
144. Elettori.
Gli elettori, cioè quelli che hanno il diritto di esprimere il loro voto, sono indicati per ogni elezione dalle Costituzioni. Tutti i religiosi che non sono esclusi dal Diritto Generale o dalle Costituzioni, sono considerati elettori. Ogni termine generico utilizzato senza restrizione comprende tutte le categorie. Per esempio: se le Costituzioni dicono « i Professi », questo comprende i professi a voti temporanei ed i professi a voti solenni (o perpetui), i professi chierici ed i professi laici.
145. Eleggibili.
Gli eleggibili si trovano ugualmente indicati per ogni caso dalle Costituzioni. Inviando l’avviso di convocazione si avrà cura di aggiungervi una lista completa degli eleggibili, tra i quali gli elettori potranno scegliere.
146. Se un religioso domanda la sua esclaustrazione, la sua dispensa dai voti o la sua riduzione allo stato laicale, perde il suo voto attivo e passivo da quando ne fa domanda. Lo stesso principio vale per i religiosi sottomessi alla procedura di rinvio o in caso di assenza di sei mesi, che il superiore maggiore giudica ingiustificata.
147. Esecuzione.
a) La modalità di esecuzione, quando si tratta di elezioni da farsi nei collegi regionali, dipenderà dalle possibilità locali.
b) L’elezione si farà normalmente con una riunione di tutti gli elettori, alla condizione che tutti abbiano la possibilità reale di spostarsi e di essere presenti.
c) In caso di difficoltà maggiore l’elezione potrà farsi ugualmente per corrispondenza. In questo caso, ogni elettore invia il suo voto per posta al presidente dell’elezione. La sua scheda di voto sarà contenuta nella busta bianca sigillata senza alcun indirizzo nè indicazione di provenienza, al fine di rispettare il segreto del voto. Questa busta è introdotta in un’altra debitamente indirizzata al presidente di elezione e riportante il nome del mittente.
d) Dopo la data limite fissata, in presenza di due testimoni, il presidente fa lo spoglio, prime delle buste con gli indirizzi, per stabilire la lista dei votanti ed il quorum, poi delle buste bianche per sapere i risultati anonimi dello scrutinio.
148. Religiosi impossibilitati.
a) Un religioso impedito non è dispensato dal voto.
b) Egli può votare per corrispondenza o designare per nome un delegato che voterà al suo posto.
c) La delega deve essere scritta e firmata da lui. Il documento sarà presentato al momento del voto al presidente di elezione che lo inserirà tra le carte giustificative.
d) Un religioso non può avere più di due deleghe.
149. Pluralità di scrutinio.
a) Quando un primo scrutinio non porta all’elezione si procede agli altri scrutini previsti dalle Costituzioni. In questo caso si fanno conoscere i risultati agli elettori e li si chiama ad un nuovo scrutinio nella maniera prevista.
b) Tra uno scrutinio e l’altro sarà lasciata la facoltà di riflettere e di consultarsi.
c) Quando si tratta di uno scrutinio a maggioranza relativa di voti, in caso di parità di voti l’eletto sarà il più anziano di professione, e in caso di parità, il più anziano di età.
150. Risultato dello scrutinio.
a) Una volta raggiunto il risultato viene comunicato agli elettori.
b) L’accettazione della sua elezione da parte dell’eletto deve essere esplicita.
c) Se egli rifiuta si deve ricominciare l’elezione dall’inizio, ma l’eletto del voto precedente è rieleggibile.
d) In caso di assenza dell’eletto, il presidente del collegio elettorale lo avviserà immediatamente, domandandogli di rispondere nel termine previsto dal Diritto o dalle Costituzioni. Cfr. Can. 177;C, 147d.
Elezioni dei Delegati al Capitolo Generale
151. Scrutinio unico.
a) Per l’elezione dei delegati al Capitolo Generale, un sistema particolare permette di fare l’elezione di tutti i delegati e dei loro supplente in un solo scrutinio. Cfr. C, 140.
b) Il supplente prenderà posto del delegato se questi rifiuta o è impedito di andare al Capitolo. Cfr. C, 141c.
152. Scheda di voto.
a) La scheda di voto dovrà dare una numerazione: 1, 2, 3, 4, ecc., conformemente al numero dei nomi da designare (delegati e supplenti). Se bisogna eleggere un delegato ci vogliono due nomi: 1, 2; Se bisogna eleggere due delegati ci voglio quattro nomi: 1, 2, 3, 4. Di fronte ad ogni cifra l’elettore segnerà in maiuscolo, in base alla sua lista di eleggibili, il nome che ha scelto. Ogni nome sarà munito di un coefficiente in base al numero di nomi da scegliere ed in senso inverso. Se servono quattro nomi (due delegati e due supplenti), la prima scelta sarà dotata del coefficiente quattro, la seconda scelta del coefficiente tre, ecc. ecc..
Scheda di voto dei delegati al Capitolo Generale
1. Primo delegato (coefficiente 4) NOME
2. Secondo delegato (coefficiente 3) NOME
3. Supplente alla 1° scelta (coefficiente 2) NOME
4. Supplente alla 2° scelta (coefficiente 1) NOME
b)Se il presidente di elezione preferisce che si indichi con una cifra il nome scelto, dovrà indicarlo chiaramente nel suo avviso di convocazione e fornire agli elettori una lista degli eleggibili nella quale ogni nome sarà munito di una cifra differente.
153. Spoglio.
a) Lo spoglio degli scrutini si farà tenendo conto del nome scelto, del posto che occupa e dunque del suo coefficiente. Questo dara’ il totale dei voti ottenuti per ciascuno degli eleggibili. Gli eletti saranno coloro che avranno ottenuto più voti.
Voti di delibera
154. Obiettivo della delibera.
a) Nei voti di delibera che ci sono al Consiglio generale o al Capitolo generale, la proposta messa ai voti deve essere prima formulata nettamente per iscritto e letta dal segretario.
b) Essa non deve comprendere tante cose, a meno che non siano inseparabili. Se una proposta è formata da più elementi separabili, ciascuno di essi è sottomesso separatamente al voto.
155. Tempi di riflessione.
In principio, i votanti devono essere prima avvertiti delle proposte che saranno chiamati a scegliere, essi potranno sempre domandare un tempo di riflessione prima che si proceda al voto.
156. Validità e risultato del voto.
a) La validità del voto richiede il quorum dei presenti richiesto dalle Costituzioni o dal Direttorio, e l’accettazione della proposta se la percentuale prevista dei votanti non è raggiunta.
b) Il maggior peso del voto del Superiore Generale al Consiglio, quando il risultato del voto è in parità, gli permette di dichiarare la sua opinione e di spostare la decisione in un senso o nell’altro.
157. Discussione preliminare.
Tutti coloro che hanno diritto al voto possono chiedere, se non ha luogo, che una discussione pubblica preceda il voto. Ciascuno può e deve portare gli argomenti pro o contro la questione da dibattere.
158. Altri scrutini.
Se lo scrutinio è negativo tutti coloro che hanno diritto al voto possono domandare un secondo voto sulla stessa proposta, e anche un terzo; dopo ciò il risultato è acquisito a favore o contro.
Voti Consultivi
159. Al Capitolo.
Il Capitolo generale può domandare ai suoi membri, se lo consentono, alcuni voti consultivi, su una questione o su un’altra. Non si tratta allora di arrivare ad una decisione, ma di fare un sondaggio di opinione.
160. Per i Superiori.
Similmente il Superiore Generale e il suo Consiglio, l’Animatore regionale o il superiore locale possono procedere in certi casi, a dei voti consultivi della Comunità, in modo che siano chiariti i sentimenti dei religiosi a proposito di una questione determinante.
161. « Voto Consultivo ».
Quando, per i Consigli o i Capitoli, le Costituzioni fanno allusione a delle presenze che non hanno che « voto consultivo » questo significa che essi danno il loro parere, senza avere diritto di prendere parte al voto che è deliberativo.
Ratifica
162. a) La ratifica di una elezione o di una decisione è la sottomissione del rendiconto del voto o della deliberazione all’autorità superiore per un esame della legittimità, della validità, del rispetto delle procedure prescritte.
b) Per il suo potere, l’autorità superiore conferma l’elezione o la decisione. Potrà in un caso grave domandare di rifare l’elezione o di deliberare nuovamente.
C. Amministrazione Finanziaria
163. Comunione dei beni.
a) Perchè sia reale, e realmente vissuta, la povertà di cui noi facciamo professione, tutti i religiosi devono mettere in comune tutto ciò che guadagnano (remunerazione, stipendi, offerte, ecc.). Noi viviamo non di ciò che possiamo acquisire in una maniera o in un’altra, ma di ciò che ci da la Comunità indistintamente.
b) Ancor più di un bene personale, questo bene comune reclama una amministrazione coscienziosa e scrupolosa: ogni spreco, ogni perdita si ripercuote sulla sicurezza, i mezzi di sostentamento, le possibilità di lavoro che la comunità deve fornire equamente a tutti i suoi membri.
164. Amministrazioni distinte.
Quando i religiosi o le comunità locali devono gestire ed amministrare ciò che possono possedere gli organismi o le opere che sono loro affidate, avranno grande cura di tenere nettamente separata questa amministrazione da ciò che appartiene alla Comunità. Altrimenti il rischio è di una grande confusione che offende spesso la giustizia in un senso come nell’altro. Cfr. C 100 e.
Economi
165. Designazione.
a) Le Costituzioni demandano al Superiore Generale o al suo Consiglio di designare l’Economo generale della Congregazione. Cfr. C 120 a 2.
b) Nelle comunità locali, il religioso più adatto sarà designato per ricoprire questa carica all’interno della sua comunità. Per quanto faccia il possibile, questo religioso non sarà il superiore, soprattutto se questo ha, d’altra parte, la carica di amministrare la parrocchia o l’opera affidata alla Congregazione.
c) La Comunità regionale dovrà ugualmente avere un economo, nominato dal suo Animatore. Cfr. C 107 e.
166. Eventuale aiuto.
È agli Economi designati che spetta l’amministrazione finanziaria. Per tutte le questioni economiche e per il lavoro di contabilità si circonderanno di chiari consigli di persone competenti e potranno, se ne hanno bisogno, farsi aiutare da contabili per la tenuta dei libri o l’amministrazione o gestione dei beni.
167. Autorità del Superiore.
Ma resteranno sottomessi, nel compimento della loro mansione, al loro rispettivo Superiore al quale presenteranno ogni sei mesi i loro libri dei conti, i bilanci, le relazioni, e renderanno conto degli incassi, spese e versamenti con le pezze giustificative e con il quale essi studieranno le operazioni finanziarie importanti.
168. Deposito delle firme.
Quando essi trattano con degli organismi presso i quali si devono depositare delle firme (Banca, Assegni Postali, ecc.), soprattutto se la legislazione del paese non riconosce la personalità morale delle Comunità religiose e che gli Economi sono obbligati, in questo modo, a trattare con il loro stesso nome, faranno sempre depositare almeno una seconda firma, con pieni poteri. Questa sarà di preferenza quella del Superiore o, in caso di impossibilità, quella di un confratello.
169. Organismi di controllo.
Se i beni della Congregazione sono nelle mani di una Associazione, di una Società, di una Corporazione, gli Economi controlleranno che questi organismi abbiano uno statuto legale e eseguano le formalità legali che li riguarda (assemblee, delibere, dichiarazioni diverse, ecc.).
Amministrazione dei beni immobiliari
È il caso di distinguere l’amministrazione dei beni immobiliari dall’amministrazione dei beni mobili.
170. Titoli di proprietà.
a) Per quanto riguarda i beni (immobili, terreni, attrezzature, mobili, ecc.), la prima cura dell’amministrazione è il dossier dei titoli di proprietà, atti giustificativi dei diritti di proprietà, di possesso, dell’usufrutto dei beni della Congregazione. Questo dossier conterrà gli atti originali o le copie degli atti d’acquisto, di donazione, pura e semplice, in vitalizio, per testamento, ecc. Se questi titoli non esistono si farà di tutto per procurarseli. Ci sarà un riunirsi delle mappe, rilievi del catasto, ecc. A fianco dei titoli di proprietà bisogna disporre i titoli di possesso o di usufrutto (locazione, accordi, ecc.).
b) Se questi titoli sono intestati ad una terza persona o ad un religioso, a causa della legislazione del paese, bisognerebbe possedere ugualmente gli atti necessari al passaggio di proprietà.
c) Se questi titoli sono a nome di una Società, di una Associazione, di una Corporazione, gli economi dovranno fare attenzione a che la Comunità abbia la maggioranza in questi organismi.
d) Sara sempre utile avere e tenere aggiornato un inventario dei beni mobili (mobili, biancheria, stoviglie, attrezzature, biblioteca). Questo sarà indispensabile quando la Comunità occupa dei locali dove si trova del materiale appartenente ad una parrocchia o ad un’opera.
171. Gestione.
I beni posseduti chiedono di essere gestiti convenientemente.
a) L’Economo avrà cura di proteggere le proprietà con delle polizze assicurative adeguate, ai contratti sempre validi (cioè non scaduti) e ai premi regolarmente registrati.
b) Si dovra’ ugualmente pagare le imposte che possono colpire tutti questi beni.
c) Bisognerà che egli controlli inoltre la manutenzione dei beni, soprattutto degli immobili, al fine di conservare il loro valore e il loro utilizzo.
d) Nulla impedisce, se e’ necessario, di affidare questa gerenza a una terza persona competente. L’Economo, in questo caso, dovra’ seguire e controllare questa gestione.
172. Redditi.
a) Se questi beni producono dei redditi a seguito di locazione, utilizzazioni diverse, prestiti, questi non saranno trascurati.
b) In tutti questi casi si ha interesse a procedere in maniera corretta (scritta) e fare tutto legalmente, e controllare accuratamente i documenti relativi alle disposizioni prese.
c) Questi redditi saranno regolarmente iscritti nei libri dei conti, e diretti verso le destinazioni che saranno state definite dall’autorità superiore, locale, regionale o generale.
173. Acquisti e Vendite.
Quando si tratta dell’acquisizione di nuovi beni o dell’alienazione di beni acquisiti, l’operazione sarà sempre sottoposta al Superiore; e dal momento che si tratterà di transazioni importanti, l’Economo generale sarà consultato e la decisione lasciata al giudizio del Superiore Generale.
174. Copia dei titoli.
È augurabile che l’Economo generale possegga la copia dei titoli di proprietà, almeno la lista dei beni posseduti dalle comunità locali e dalle Comunità regionali.
Amministrazione dei beni mobili
175. Le Casse.
a) Al di fuori di quella dei beni immobili, gli Economi amministrano i beni mobili. L’Economo generale amministra i beni appartenenti alla Cassa centrale dell’Istituto. L’Economo regionale avrà ugualmente una cassa regionale e l’Economo locale terrà la Cassa locale della sua comunità.
b) Alla Cassa fanno capo, per la messa in comune, tutte le entrate di denaro pagato regolarmente dei religiosi, dei doni, delle elemosine, dei redditi diversi. La Cassa assicura il pagamento delle spese di tutti i tipi fatte per la Comunità e per i suoi membri.
c) È prudente non tenere grosse somme di denaro in casa. In tutti i posti dove si potrà fare, il denaro della Comunità sarà depositato, al sicuro, in banca o nei conti correnti (assegni postali, ecc.).
d) I conti correnti bancari o altri si faranno sempre, se è possibile, a nome della Comunità oppure a nome dell’Economo. Si rispetterà ciò che è detto al numero 172 al riguardo del deposito delle firme.
176. Distinzione delle Casse.
I religiosi che avranno l’autorizzazione di avere dei conti personali per le opere particolari che essi dirigono avranno cura di non avere in questi conti alcun fondo della Comunità. La prudenza domanda che essi osservino per questi conti a loro nome personale le stesse precauzioni per il deposito delle firme che per i conti della Comunità.
177. Libri di contabilità.
a) Gli Economi iscriveranno attentamente sui libri di contabilità tutte le entrate e tutte le uscite di denaro, in dettaglio, con le date, le somme, e collocando le cifre nelle colonne volute della ripartizione, di modo che si possa facilmente totalizzare le somme per categoria di incasso o di spesa.
b) Nelle comunità locali, è bene fare ogni fine mese una verifica di casse dopo che i religiosi hanno portato all’Economo i loro fogli dei conti. Si sommano le cifre del mese: si ha così il totale degli incassi e quello delle spese; alla differenza si aggiunge il saldo attivo o passivo dell’inizio del mese, e si ottiene il nuovo saldo da verificare con il denaro sul conto più quello in mano. Quando è necessario una pagina riassuntiva del libro di contabilità permette di portare i totali di ogni mese di incassi e di spese e di seguire la Cassa passo passo.
c) Si avrà interesse a far si che la tenuta dei libri contabili adotti le regole e le divisioni date dall’Economo generale con la stessa numerazione. Cfr. Annexe D.
178. Pezze giustificative.
a) Gli Economi vorranno classificare ben attentamente la natura delle pezze giustificative (fatture, ricevute, ecc.) in modo da giustificare le cifre delle spese.
b) I religiosi uniranno al loro foglio mensile queste pezze giustificando così questa o quella spesa.
c) Gli Economi locali e regionali e l’Economo generale avranno cura di classificare queste pezze per ordine cronologico e di conservarle attentamente.
179. Fogli dei conti.
I fogli dei conti seguendo lo schema dei libri di contabilità, semplificati per i religiosi, più completi per gli Economi, permettono agli uni e agli altri di stabilire lo stato periodico dei conti, e di fare i loro versamenti alla Cassa voluta.
180. Versamenti.
a) Ogni religioso fornirà, in principio, il suo rendiconto mensile, depositando nelle mani dell’Economo il denaro che potrà restargli, tenuto conto del denaro necessario in tasca. Ogni Economo locale fornirà il suo stato di conti all’Animatore regionale tutti i semestri in due copie, con i versamenti voluti, precedentemente stabiliti dal Consiglio Generale. Ogni Economo regionale o Animatore regionale invierà ogni semestre all’Economo generale una copia dei conti semestrali delle case e il resoconto regionale con il totale dei versamenti che dovranno pervenire alla Cassa centrale.
b) Le percentuali di versamento alla Cassa regionale e alla Cassa centrale saranno stabiliti per ogni casa e per ogni regione dal Superiore Generale e dal suo Consiglio.
c) Pare utile che ogni Cassa conservi un certo fondo di riserva da determinare secondo il genere di vita e di lavoro della Comunità. Nello stesso modo ogni religioso avrà una certa somma di denaro in tasca che gli permetterà di fare la lista delle spese autorizzate senza ricorrere ogni volta all’Economo.
181. Investimenti.
I fondi di riserva potranno essere l’oggetto di investimenti delle Casse di Risparmio, le banche o nei titoli, azioni od obbligazioni. Tuttavia non è necessario impegnare dei fondi nella speculazione finanziaria e l’interesse del loro investimento deve tenersi al livello medio del momento. Tutte queste operazioni finanziarie si faranno in pieno accordo con i Superiori e con i Consigli di persone accorte. Gli investimenti richiedono una attenzione costante da parte degli Economi.
182. Spese autorizzate.
a) Le spese importanti toccanti la Cassa della Comunità dovranno essere sottoposte alla decisione del Superiore Generale e del suo Consiglio.
b) Si intende per spese importanti una spesa che sorpassa la cifra stabilita periodicamente dal Superiore Generale e dal suo Consiglio.
c) Ogni spesa, la stessa al di sotto della cifra, che comporta un debito aperto domanda l’autorizzazione del Superiore Generale e del suo Consiglio, a meno che il debito non sia che momentaneo e coperto dalle entrate sicure del mese seguente.
d) Ogni spesa che comporta un’ipoteca su un bene della Congregazione reclama ugualmente l’autorizzazione del Superiore Generale e del suo Consiglio.
Beni dei religiosi
183. a) L’Economo generale potrà avere, tra le sue funzioni, quella di guardare e di gestire, in certi casi, i beni personali che i religiosi ancora a voti semplici avranno affidato alla Congregazione.
b) Gestirà i beni così affidati in modo da salvaguardare la proprietà iniziale e a utilizzare le rendite seguendo le disposizioni fissate per i religiosi.
c) Avrà anche la custodia diretta o indiretta dei testamenti fatti dai religiosi.
2. Il Governo dell’Istituto
A. Le Comunità locali.
184. Numero di religiosi.
a) Il numero di tre è un minimo che a noi sembra indispensabile per una vita comunitaria reale e duratura. È augurabile che lo si superi ogni volta che è possibile, per accrescere la ricchezza umana e spirituale della comunità. Per altro il numero è in funzione della realtà pastorale e delle possibilità economiche. Cfr. C, 96.
b) Non escludiamo la possibilità di una comunità di due membri nei casi particolari. Le visite o gli incontri più frequenti degli altri confratelli, apporteranno a questa comunità ridotta il complemento necessario alla vita comunitaria.
185. Religiosi staccati.
a) Le Costituzioni prevedono sempre i casi penosi, dove a causa di malattia, vecchiaia, di difficoltà particolari, ed anche obblighi di lavoro, un religioso deve vivere solo. Ogni volta che la cosa è possibile, ci si sforzerà di dargli una comunità di vita, religiosa o sacerdotale. In ogni modo la Comunità regionale dovrà normalmente prendersi carico di lui con cura particolare. Lontano d’essere una formalità, il suo ricongiungimento a una casa o ad una residenza vuole affidarlo all’attenzione ed alla sollecitudine di certi suoi fratelli, che avranno a cuore di associarlo alla loro vita comune. Non è dunque « isolato » ma « distaccato ». Cfr. C, 97.
b) Comunque senza nulla togliere ai legami fraterni, che devono continuare ad unire i religiosi staccati alla loro Comunità locale o regionale, sarà spesso preferibile, soprattutto per i religiosi staccati fuori dalla loro regione, e più ancora fuori delle regioni della Comunità, d’essere messi sotto l’autorità diretta del Superiore Generale.
186. Casa della Comunità locale.
a) Il primo elemento concreto della comunità locale è la casa comune. Si eviterà di classificarla sotto i nomi di « monastero » o di « convento ».
b) La casa comune è quella dove tutti possono trovarsi insieme per la preghiera, i pasti, la ricreazione in comune, quella ancora dove ciascuno trova a sua disposizione gli strumenti della vita e del lavoro relativi al compito comune come alle proprie responsabilità.
c) La casa comune deve dunque rispondere, nel suo regolamento e nella sua organizzazione, alla sua propria finalità, che è di rendere possibile e gradevole una vita a sua volta realmente comune e sufficientemente personale.
187. Resoconti periodici.
a) Per arrivare a una unità di pensiero di vita e di azione, dei resoconti periodici e regolari, dove ci si ritrova tutti insieme al sicuro dallo sconcerto sono indispensabili.
b) Essi dovranno essere frequenti, se possibile bimensili e comportare una parte spirituale di preghiera o di ricerca comune.
c) Saranno tanto più fruttuosi quelli che saranno stati meglio preparati.
d) Sarà bene che un rendiconto sia fatto per i punti importanti discussi insieme.
188. Accoglienza.
La Comunità avrà ugualmente la preoccupazione del suo splendore. Dovrà per questo restare aperta, accogliere con amicizia e manifestare cortesia ed interesse a coloro che partecipano un momento alla sua vita, soprattutto se si tratta di nostri fratelli nel sacerdozio.
B. I Superiori locali.
189. Consultazione delle comunità.
La consultazione delle Comunità interessate, tanto religiose che parrocchiali, sembra requisito oggi più di ieri, in ragione della psicologia contemporanea. Questo richiede, nella misura del possibile che il candidato sia gradito da coloro ai quali sarà affidato. Questo gradimento, bisognerà, all’occorrenza suscitarlo con questi: i gesti per raggiungerlo seguiranno delle modalità in rapporto con la situazione concreta.
190. Armonia degli impegni.
Quando la comunità locale è responsabile di una parrocchia o di una istituzione, è molto auspicabile che il Superiore della Comunità sia nello stesso tempo il curato della parrocchia o il direttore dell’istituzione al fine di facilitare una unità di vita e di lavoro. Tuttavia delle circostanze particolari possono imporre il contrario. In questo caso il Superiore deve vegliare attivamente per rispettare i bisogni dell’attività della parrocchia o dell’istituzione, ed i responsabili di queste rispettare le esigenze della vita religiosa. Si perverrà a una composizione continua delle rispettive responsabilità ugualmente importanti. Cfr. C, 99 c.
191. La ricreazione.
a) Il Superiore deve avere a cuore la ricreazione di ognuno; ma la ricreazione comune, ogni volta che è possibile — e lo è sovente con un po’ di ingegnosità —, ha la sua importanza per la vita comunitaria.
b) Il superiore farà in modo che gli amici di ciascuno divengano gli amici di tutti, e che i benefattori scoprano la comunità, è lo stesso se è uno dei suoi membri a farlo.
192. Collegamento con l’animatore regionale.
a) Il primo legame da stabilire perchè la comunità locale partecipi alla vita della comunità regionale e di tutto l’Istituto, è quello che collega il Superiore locale a l’Animatore regionale e questo deve essere un legame stretto di informazione reciproca per corrispondenza, telefono, visite e incontri.
b) L’Animatore regionale non è mai un estraneo; ha sempre il suo posto in tutta la comunità locale.
C. Le comunità regionali.
193. Religiosi in missione.
Su proposta dell’Animatore regionale, dei religiosi possono essere inviati dal Superiore generale e dal suo Consiglio a lavorare insieme in un altro paese. Vi formeranno una comunità locale che resta in stretta dipendenza della loro Comunità regionale d’origine, alla quale essi continuano ad appartenere.
194. Costituzione della Comunità.
a) È normalmente richiesto un minimo di dodici religiosi viventi nelle comunità locali è normalmente richiesto per costituire una Comunità regionale.
b) Fra due Capitoli generali, il Superiore generale e il suo Consiglio, dopo consultazione del Consiglio generale allargato, potranno apportare le modifiche resasi necessarie per delle circostanze nuove.
195. Residenza dell’Animatore regionale.
L’animatore regionale che risiede sul posto è in grado di conoscere meglio degli altri i bisogni reali della sua Comunità regionale.
196. Autonomia e unità.
La costituzione delle Comunità regionali e territoriali non comporta pericolo per l’unità dell’Istituto. Più ancora che tutti gli altri il Superiore generale, il suo Consiglio e gli Animatori regionali, che intrattengono fra di loro dei frequenti contatti, ne saranno i guardiani e gli artefici.
D. Gli Animatori regionali
197. Scelta.
a) Quando la Comunità regionale si riunisce per procedere all’elezione dei delegati al Capitolo, approfitterà di questa occasione per consultarsi, in un dialogo franco e libero, a proposito del futuro Animatore regionale.
b) A questa consultazione parteciperanno tutti i religiosi a voti temporanei.
c) Alla fine di questa consultazione, stabiliranno una lista di nomi che l’Animatore farà pervenire al Superiore generale; oppure ogni religioso farà pervenire allo stesso i propi suggerimenti.
198. Incontri delle Comunità locali.
a) Una riunione generale annuale di tutti i religiosi di una stessa comunità regionale è fortemente auspicabile come una riunione di tutti i superiori locali. Se essa non è possibile, che l’Animatore regionale si faccia cura degli incontri parziali delle diverse case. Cfr, 107 a.
b) Che questi incontri siano sempre contrassegnati dalla preghiera comune, lo sviluppo dello spirito fraterno, lo scambio di pareri sulla vita religiosa o pastorale.
c) È molto raccomandato che una relazione di questi incontri sia inviata al Superiore generale, a tutti i membri del Consiglio e ai responsabili degli Uffici generali (v.g. Economo generale).
199. Visite.
Le visite alle Comunità locali devono essere regolari, previste, preparate, amichevoli, se vogliamo trarne benefici ed efficacia. L’Animatore regionale visiterà almeno una volta all’anno le comunità locali ed i religiosi isolati del suo territorio.
200. Partecipazione.
La partecipazione di tutti ad ottenere consensi è un modo di dividere, di scambio, di persuasione paziente, in modo che le decisioni e gli orientamenti siano desiderati e voluti prima di essere messi in pratica.
201. L’articolo 107 delle Costituzioni indica un minimo. La semplice cortesia chiede che si risponda il più presto possibile alle lettere del Superiore generale.
E. Il Consiglio Generale
202. Riunioni.
a) Come recita l’articolo 118b delle Costituzioni, il Consiglio generale deve riunirsi almeno una volta all’anno. Nulla dovrà permettere di soprassedere a questa riunione annuale, quando gli spostamenti sono possibili.
b) Nel caso in cui il voto consultivo è dato per lettera o per telefono i resoconti dei risultati dati dai Consiglieri sarà stabilito dal Segretario generale, consegnato in un quaderno del Consiglio generale e comunicato a ciascuno. Cfr. C, 119 d.
F. Il Consiglio Generale allargato.
203. a) Spetta al Superiore generale ed al suo consiglio di convocare tutti i membri di diritto sei mesi prima, di inviare loro l’ordine del giorno che sarà stato attentamente preparato.
b) Quando l’Animatore regionale non può assolutamente partecipare ai lavori del Consiglio generale allargato, dovrà delegare, per rappresentarlo, un religioso di sua scelta; costui sarà di preferenza uno dei membri della sua Comunità regionale.
c) Il religioso delegato dovrà, in un rapporto, informare l’Animatore assente sui lavori del Consiglio generale allargato.
G. Gli Uffici Generali.
204. Procuratore generale.
Ogni religioso ha tutta la libertà di scrivere direttamente. alla Santa Sede. La strada normale tuttavia è di passare dal Procuratore generale che è al servizio di tutti e di ciascuno. Cfr. C, 129.
H. I Capitoli Generali.
205. Ordine del giorno.
a) Il Superiore generale e il suo Consiglio stabiliscono un ordine del giorno in cui saranno elencati con precisione i punti che essi pensano debbano essere trattati, le decisioni che il Capitolo sarà chiamato a prendere. Questo ordine del giorno sarà comunicato ai religiosi con la circolare di convocazione al Capitolo come lo chiede C, 135 b.
b) Il Capitolo una volta riunito ha naturalmente l’autorità di accettare l’ordine del giorno proposto, di aggiungere o togliere ciò che ritiene, dai suoi voti, dover essere anche trattato.
206. Presidenza.
a) Normalmente, anche ciò che dice C, 142 e 148, è il Superiore generale in carica o il neo‑eletto che presiede il Capitolo e ne dirige i dibattiti.
b) Il Capitolo può per altro eleggere al suo interno, con la maggioranza assoluta, un moderatore capace di presiedere al suo posto, necessariamente in caso di assenza o di impedimento del Superiore generale, o anche nel caso in cui egli vorrà prendere parte ai dibattiti in una maniera più libera.
ALLEGATO
A. CERIMONIA DI INSEDIAMENTO DEL NUOVO SUPERIORE GENERALE
Come indica l’articolo 114 delle Costituzioni e l’articolo 216 a del Direttorio generale, una cerimonia deve essere organizzata prima dell’elezione del Superiore Generale per sottolineare la sua entrata in carica e per mettere a tutti i religiosi del Capitolo generale e a coloro della casa dove avrà luogo l’elezione di manifestare la loro obbedienza.
Questa cerimonia dovra’ essere, per i suoi riti e le sue formule, espressiva di questa unita’ nella carità che e’ lo spirito della nostra regola agostinianae il fondamento evangelico della nostra Comunità.
Sarebbe bene che il nuovo Superiore Generale possa esprimere la maniera con la quale egli concepisce l’autorità che il Capitolo gli ha affidato, e che tutti i religiosi possano manifestarne la comunione religiosa che essi intendono osservare con l’autorità esercitata in questo spirito.
Questa cerimonia sarà felicemente realizzata se sarà inserita in una Messa concelebrata, con due o tre letture scelte fra quelle suggerite sotto. Il Superiore generale eletto ne farà l’omelia lasciando, se lo vuole, a uno o ad un altro dei concelebranti la possibilità di esprimere gli aspetti conformi ai sentimenti della Comunità. La preghiera universale sarà ispirata dalle circostanze; e il bacio della pace, prima di condividere il Pane ed il Vino, potrà essere scambiato dal celebrante direttamente con ciascuno.
Si potrà anche attenersi a una semplice celebrazione della Parola, con un bacio della pace prima dell’orazione finale, ciò non esclude una Messa concelebrata uno dei giorni successivi, se bisogna attendere qualche assente.
La celebrazione comprenderà la professione nel modo previsto dal Codice.
(Can. 833 §8).
C. SCHEMA DEL RAPPORTO ANNUALE DELL’ANIMATORE REGIONALE
Questo schema del rapporto annuale dell’Animatore regionale vuole aiutarlo ad ordinare le eventuali informazioni che egli deve inviare ogni anno. Non è dunque che una guida o un promemoria. Presenta dei suggerimenti, non un questionario sistematico. Cfr. C, 107 h.
I ‑ Le Persone
A. Superiori e religiosi (aspetti umani, spirituali, pastorali ecc.).
B. Nostri amici e benefattori.
II ‑ Le Comunità locali
A. Loro situazione comunitaria: successo, ostacoli, fallimenti.
— Comunità di vita (unità fraterna).
— Comunità di preghiera.
— Comunità di lavoro.
B. Loro situazione apostolica:
— Il ministero.
— L’educazione.
C. Loro inserimento materiale:
— Nella comunità:
— relazione con l’Animatore regionale.
— influenza delle direttive locali, regionali, generali.
— Nella diocesi:
— Rapporti con i Vescovi.
— Rapporti con il clero locale.
— Nel paese:
— Rapporti con le autorità:
— Religiose (Partecipazione alla vita del luogo). (altre comunità).
— Civili.
D. Fondazioni, soppressioni, cambiamenti.
III. Compiti propri dell’Animatore regionale
A. Compiti interni:
— La visita delle case, dei religiosi staccati.
— Le relazioni con i superiori locali.
— Gli incontri regionali, incontri e feste celebrate in comune, ritiri, raccoglimenti.
B. Compiti esterni:
— Rapporti con i rispettivi Vescovi delle nostri case.
— Rapporti con le autorità del paese:
— Conferenze episcopali,
— Conferenze di religiosi,
— Autorità civili.
IV. Rendiconto amministrativo
A. I documenti importanti:
— Contratti, affitti, acquisti, vendite.
— Le copie da dare all’Amministrazione centrale.
B. L’amministrazione finanziaria:
— Gestione dei beni.
— Bilancio finanziario.
— Versamenti:
— delle case alla Cassa regionale,
— della Cassa regionale alla Cassa centrale.
D. VOCI COMUNI DEI FOGLI E DEI LIBRI DEI CONTI
Alfine di chiarire e semplificare il lavoro amministrativo delle diverse comunità, al fine anche di facilitare il lavoro di controllo e di ricapitolazione degli Economi, tutti faranno in modo di usare le stesse voci per gli incassi e le spese, per la tenuta e il rendiconto dei conti finanziari.
Lo schema qui sotto da queste regole con un numero d’ordine che deve essere rispettato e riprodotto in tutti i conti. Si aggiungeranno eventualmente le voci eccezionali che potrebbero mancare.
L’Economo generale terrà a disposizione degli Economi regionali e tutti e religiosi avranno gli stessi fogli alla loro portata presso il loro rispettivo Economo. Così per il rendiconto dei religiosi al loro Superiore locale e per i rendiconti semestrali degli Economi locali all’Economo regionale e degli Economi regionali all’Economo generale i conti avranno lo stesso modo di presentazione.