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Comunicare il Vangelo a tutti
"Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunziano il vangelo vivano del vangelo. Io però non ho fatto alcun uso di questi diritti, e non ho scritto questo perché si faccia così a mio riguardo; poiché preferirei morire, anziché vedere qualcuno rendere vano il mio vanto. Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità me n'è imposta; e guai a me, se non evangelizzo! Se lo faccio volenterosamente, ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volenterosamente è sempre un'amministrazione che mi è affidata. Qual è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando il vangelo, io offra il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà" (vv. 14-
La prima lettera di Paolo è scritta nell'anno 51 (qualcuno dice addirittura nel 47). Si tratta della prima Lettera ai Tessalonicesi, scritta da Corinto durante il secondo viaggio. L'ultima lettera viene scritta negli anni a ridosso del martirio, quindi negli anni fra il 65 e il 67-
Paolo mette al primo posto la comunicazione del Vangelo come la peculiarità del suo mandato apostolico. È una differenza di accento che evidenzia in qualche modo il carisma paolino. Il carisma di Paolo è l'annuncio del Vangelo. Leggiamo in proposito nella Seconda Lettera ai Corinzi in 5, 18-
Si capisce molto bene come Paolo interpreti il suo mandato apostolico, che si qualifica in modo specifico: egli è ambasciatore per Cristo, per riconciliare gli uomini mediante la predicazione del Vangelo, cioè per riconciliarli con Dio. Nel Vangelo, nella sua comunicazione, e nel conseguente ascolto del Vangelo si viene riconciliati con Dio, quindi si ottiene il perdono dei peccati. É interessante il fatto che Paolo non insista tanto sul battesimo, sebbene sia chiaro che tutti anche nelle sue comunità venivano battezzati. L'incontro decisivo con Cristo avviene mediante il Vangelo, la comunicazione del Vangelo e l'ascolto del Vangelo. In Romani 1, 16-
Il primo fondamento delle comunità paoline è il Vangelo. L'inizio della comunità è segnato dalla comunicazione del Vangelo. La comunità nasce perché qualcuno comunica il Vangelo. Non c'è comunità senza questo fondamento e Paolo sottolinea che non è il Vangelo dell'uno o dell'altro, ma il Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto, scandalo per i giudei e stoltezza per pagani. Alcuni versetti del bellissimo passo della Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 9, dove Paolo si presenta come esempio di apostolo che comunica il Vangelo, lui che si è fatto servo di tutti, esprimono bene questa priorità: "mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge -
Proprio nei versetti precedenti l'apostolo aveva detto, sottolineando la libertà del Vangelo da lui predicato: "così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il vangelo vivano del Vangelo.
Io invece non mi sono avvalso di alcuno di questi diritti, né ve ne scrivo perché si faccia in tal modo con me; preferirei piuttosto morire. Nessuno mi toglierà questo vanto! Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo" (vv. 14-
In Rom 15,15-
In questo ministero sono tutti, anche i laici, resi ministri del culto, non nel senso istituzionale, ma nel senso di uomini e donne che avvicinano il mondo a Dio comunicando il Vangelo gratuitamente a tutti. L'apostolo vive una vera passione per la comunicazione del Vangelo, di cui ne sente l'urgenza. Essa è molto ben espressa in quella frase della prima lettera ai Corinzi: "Guai a me, se non annuncio il Vangelo!" (1 Cor 9,16). Nei capitoli 10 e 11 della 2 Corinzi Paolo sente l'orgoglio di questa sua missione, che difende di fronte ai suoi accusatori. La sua difesa è la difesa del Vangelo. L'annuncio del Vangelo è quindi il primo fondamento della vita apostolica e della comunità. Per Paolo il Vangelo è rivolto a tutti e deve trovare la via per parlare a tutti: ai giudei, ai pagani, ai deboli, ai forti, a tutti. Si potrebbe dire che senza comunicazione del Vangelo non esiste comunità paolina. É infatti l'annuncio del Vangelo che raduna la comunità, e la nascita della comunità è la conseguenza di chi accoglie questo annuncio. Il Vangelo fa nascere la comunità chiamata da Dio attraverso la voce degli apostoli, attraverso l'annuncio del Vangelo. Il cristianesimo nasce come comunità, come Chiesa, come assemblea riunita intorno alla proclamazione del Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto. Non ci può essere cristianesimo senza una comunità riunita intorno al Vangelo di Gesù Cristo. Paolo dedica molto tempo a che dalla comunicazione e dall'annuncio del Vangelo si costituisca una comunità. L'immagine della prima lettera ai Corinzi sulla comunità come corpo descrive con chiarezza la necessità di appartenere come gente diversa a una realtà comune, il cui capo è il Cristo (1 Cor 12). Non ci si può staccare da questo corpo fondato sulla parola del Vangelo, altrimenti si perde la vita stessa e la funzione per cui si è stati costituiti. Quindi il Vangelo permette alla comunità di nascere e crescere come il corpo di Cristo, in cui ciascun membro ha la sua funzione, ma ognuno vive perché è legato al corpo e perché ha accolto il Vangelo.
Amore e cura per la comunità
Vorrei terminare soffermandomi su alcuni aspetti del rapporto di Paolo con le sue comunità, dai quali risalta la cura con cui l'Apostolo si dedica ad esse. Da molti passi delle lettere vediamo l'affetto con cui egli si dedica alle comunità. Ad esempio nella seconda Corinzi si legge: "Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve è scandalo, senza che io non ne frema?" (2 Cor 11,28-
L'apostolo chiede che il suo affetto sia ricambiato da coloro per i quali egli ha speso tante energie: "La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi; il nostro cuore si è tutto aperto per voi. In noi certo non siete allo stretto; è nei vostri cuori che siete allo stretto. Io parlo come a figli:rendeteci il contraccambio, apriteli anche voi!" (2 Cor 6,11-
Tuttavia Paolo non risparmia anche toni aspri. Il suo amore talvolta si fa ammonizione, persino sdegno: "O stolti Galati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? Siete così privi d'intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne?" (Gal 3,1-
Infine la visita. Paolo visita la sue comunità oppure manda altri a visitarle. Vuole mantenere un contatto personale con loro. È ben visibile l'affetto di Paolo e il desiderio di incontrare le sue comunità. Se è lontano, si preoccupa. Basta leggere questo passo della prima lettera ai Tessalonicesi per comprendere quanto fosse profondo il legame dell'apostolo con le sue comunità: "Quanto a noi, fratelli, per poco tempo privati della vostra presenza di persona ma non con il cuore, speravamo ardentemente, con vivo desiderio, di rivedere il vostro volto. Perciò io, Paolo, più di una volta ho desiderato venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito. Infatti chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia!
Per questo, non potendo più resistere, abbiamo deciso di restare soli ad Atene e abbiamo inviato Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, perché nessuno si lasci turbare in queste prove" (1 Tes 2,17-
La figura di Timoteo ci permette di fare un'ultima riflessione sul fatto che Paolo non è solo nel servizio apostolico. Non è un isolato, e non nel senso che non viaggia da solo -
Qui occorre una breve parentesi per accennare alla debolezza di Paolo. Siamo di fronte ad uomo forte che affronta tante difficoltà, ma anche ad un uomo debole nel corpo. Alcuni hanno calcolato che Paolo dovrebbe aver percorso circa 15 mila chilometri. Si tratta di un uomo che ha speso la vita per il Vangelo: energie, viaggi, fatica, sforzo fisico. Lo ricorda lui stesso in 2 Cor 11,23-
Paolo ha il senso di una profonda unione con le comunità, con i suoi collaboratori. Non è un isolato, non vive da solo, ama l'incontro. Ha il senso di un lavoro comune e urgente. Paolo sceglie dei collaboratori e ciò appare un elemento importante del modo in cui Paolo comunica il Vangelo. Se consideriamo tutte le lettere troviamo circa 60 nomi di persone che appaiono come collaboratori di Paolo. Vengono nominate anche diverse donne.
Rispetto alla posizione delle donne, Paolo è certamente più aperto dei suoi contemporanei, sia ebrei che greci. La donna infatti, anche nel mondo greco, che pure si voleva libero e civile, era per lo più costretta alla casa, non riceveva educazione, il ginnasio era solo per gli uomini. Quanto al mondo ebraico, sappiamo quale fosse la condizione della donna. Nell'ultima parte della Lettera ai Romani, al capitolo 16 dove enumera diversi suoi collaboratori, Paolo parla ad esempio di una certa Febe, una donna che probabilmente è quella che ha portato la lettera ai Romani ed è una diaconessa della comunità di Cencre, il porto di Corinto. Il diacono, secondo la teologia paolina, non sembra avesse solo un ruolo di amministrazione, ma era anche ministro della parola. Il fatto che Paolo raccomandi Febe e altre donne nelle sue lettere mostra che l'apostolo è consapevole delle difficoltà che le donne avrebbero incontrato presso alcuni membri della comunità. Pensiamo poi a Priscilla, la moglie di Aquila, che occupa una posizione di maggior rilievo del marito all'interno della comunità. Sono Priscilla ed Aquila che istruiscono Apollo, un altro ministro del Vangelo. E ancora nel capitolo 16 della Lettera ai Romani al versetto 7, si legge: "Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me". Si vede l'umiltà di Paolo che riconosce che c'erano altri prima di lui, temporalmente, anche se difende la sua apostolicità originaria. É interessante il fatto che una donna venga chiamata apostolo. In Fil 4,2-
Paolo sceglie dei collaboratori anche nelle nuove comunità, perché si impegnino a comunicare il Vangelo e a infondere nelle comunità il suo spirito. Nella Lettera ai Colossesi Paolo ricorda un certo Epafra "che è dei vostri, il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere, perché stiate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. Io do testimonianza che egli si dà molto da fare per voi e per quelli di Laodicea e per quelli di Gerapoli" (Col 4,12-
Alcune lettere sono indirizzate alle varie comunità da Paolo insieme ai suoi collaboratori. Ad esempio la 1 Corinti: Paolo e Sostene; la 2 Corinti: Paolo e Timoteo; Filippesi e Filemone, Paolo e Timoteo; 1 e 2 ai Tessalonicesi, Paolo, Silvano e Timoteo. Forse Paolo li aveva coinvolti anche nella preparazione delle lettere, ne aveva parlato con loro, ne aveva discusso tanto da ritenerli mittenti delle lettere insieme a lui. Qui si vede come l'orgoglio di Paolo è l'orgoglio del suo carisma, non quello di ritenersi superiore agli altri.
Tuttavia Paolo nella 1 Corinzi 4, 15 dice: "Potretse infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo". Paolo si distingue anche dai collaboratori. Egli infatti è il padre che ha generato al Vangelo. Anche nel linguaggio delle lettere è riscontrabile questo tratto personale, non solo nei legami con le comunità, ma anche nel modo in cui Paolo affronta i loro problemi, che mostra di conoscere bene. Il linguaggio delle sue lettere non è mai solo dottrinale, teologico, ha un tono concreto che nasce all'interno della vita di ciascuna comunità e nel rapporto che Paolo ha con la Scrittura e con Gesù. Paolo utilizza spesso il Primo Testamento, lo cita, ne parla, reinterpreta la figura di Abramo, di Agar, di Sara, di Adamo, rilegge l'Antico Testamento e lo mette in relazione con la vita, i problemi, le comunità. Questo aspetto personale emerge anche nella comunicazione del Vangelo che avviene attraverso l'imitazione. Paolo esorta spesso le sue comunità a imitarlo (cf. 1 Corinti 4, 16). E qui vorrei ben citare Gnilka: "Questa imitazione non è valida solo perché egli stesso è imitatore di Cristo, come Paolo dice in 1 Corinti 11, ma (perché) l'apostolo diventa in qualche modo forma dell'evangelo, espressione dell'evangelo, Vangelo". Per questo Paolo parla di un suo Vangelo, perché nella conformazione a Cristo, come lui dice, nell'essere diventato e nel diventare come Cristo si diventa Vangelo.
La comunicazione del Vangelo non è per Paolo arida proclamazione di una parola, ma espressione di una passione e di un affetto per le donne e gli uomini del suo tempo, affetto che unisce profondamente Paolo alle sue comunità in un legame familiare e di amicizia. È il legame di alleanza che costituisce il popolo di Dio, la familia Dei, una famiglia universale, senza confini, muri, divisioni. È il popolo della nuova alleanza nella morte e resurrezione del Signore che Paolo aveva incontrato sulla via di Damasco e che era diventato il cuore della sua vita. Intorno a questa rivelazione si costruisce la vita dell'apostolo, uomo forte del Vangelo, anche se debole nella carne.